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“La segretaria quasi privata” e la guerra dei sessi tra donna e macchina
La segretaria quasi privata non è un film sul progresso, bensì sulla fatica femminile di dover sempre dimostrare qualcosa in più. Le donne devono essere le più intelligenti, estremamente flessibili, con alti livelli di competenza e un forte spirito di adattamento, la loro posizione è sempre e comunque minacciata dagli uomini e, nonostante questo, si ritrovano a dover confrontare le loro abilità anche con il computer.
“La costola di Adamo” che incrina i fondamenti del potere maschile
Adam si credeva un uomo all’avanguardia, convinto di sostenere le donne, in particolare sua moglie, nel loro percorso verso l’uguaglianza. Tuttavia, quando Amanda esce dal suo controllo e dai confini da lui tracciati qualcosa si incrina. Proprio in questo punto La costola di Adamo di George Cukor tocca il cuore pulsante del discorso femminista. L’uguaglianza reale fa vacillare anche gli uomini più progressisti e mette in discussione i fondamenti stessi del potere e della relazione di coppia.
“Il diavolo è femmina” ma libera il mondo dalle convenzioni
Questo film di Cukor richiama da vicino le dinamiche di inganno e travestimento di Frutto proibito di Billy Wilder. In entrambi i casi, forse maggiormente per il secondo regista, il mascheramento non è solo un espediente narrativo, ma diventa un vero e proprio dispositivo metalinguistico, capace di riflettere sui codici del cinema e sul significato stesso dell’identità. In Il diavolo è femmina, questo gioco si spinge oltre la commedia degli equivoci e, per l’epoca, è sicuramente all’avanguardia.
“La regina d’Africa” tinta d’humour nero
Vi è qualcosa di profondamente spirituale nell’amore per la bomba da parte della Hepburn, fluida career woman che negli anni Trenta fece saltare in aria le convenzioni sociali. Un’affinità elettiva lega questi due dispositivi esplosivi della modernità. Ma a differenza delle commedie di Cukor, dove il matrimonio segnava la condanna a morte dell’autonomia femminile, qui, come nelle commedie del ri-matrimonio, diventa invece il fondamento della democrazia. Sì, ma di quella hustoniana, dove a ciascuno è concessa l’ambizione, l’elevazione spirituale attraverso lo sforzo fisico.
“Palcoscenico” della passione e del patriarcato
Palcoscenico non è una favola edificante, ma vuole descrivere la cruda realtà di Broadway. Il talento non basta, l’occasione non arriva per tutti, anche quando la passione è autentica e il merito evidente. Il film però suggerisce anche qualcosa di più amaro: infatti, a rendere tutto più complesso è un sistema patriarcale che non si limita a selezionare. La crudeltà è nel voler plasmare e umiliare, nel decidere chi può emergere e chi deve sparire. Il successo di Terry/Katharine Hepburn è sostanzialmente una dolorosa eccezione.
“Primo amore” secondo Katherine Hepburn
Katharine Hepburn restituisce alla perfezione questa tensione interiore, alternando momenti di malinconia profonda a smorfie ironiche e atteggiamenti caricati. Soprattutto, costruisce il personaggio attraverso una serie di sorrisi forzati che punteggiano l’intero film e che culminano nel crollo emotivo finale, quando la maschera non può più reggere. Arriva un punto, infatti, in cui non è più possibile sorridere a chi la invita per pietà solo per poi escluderla, lasciandola sola e in disparte.
“Tempo d’estate” speciale III – Le conseguenze dell’amore
Lo scontro tra la cultura italiana e americana, seppur colmo di stereotipi, è volutamente portato all’esasperazione, per mettere a confronto un certo tipo di libertà con un conservatorismo paralizzante. David Lean, da grande cineasta, utilizza il luogo non tanto con intenti realistici, ma come paesaggio emotivo. L’Italia – Venezia in particolare – diventa lo scenario in cui è possibile vivere le proprie passioni, a condizione che ci sia il coraggio per farlo.
“Tempo d’estate” speciale I – Dopo la favola
Venezia e il turismo hanno una lunga storia d’amore e odio. Dagli anni Cinquanta molte cose sono cambiate, ma non l’approccio né le sensazioni che la città, questo “parco giochi sull’acqua”, come viene definita in Tempo d’estate, continua a trasmettere a molti visitatori. Come spiega un uomo sul treno a Katharine Hepburn, Venezia o la si odia per il suo silenzio o la si ama per il suo rumore, ma la maggior parte della gente la trova semplicemente bellissima. Così accade anche ai personaggi del film, dove la regia marcata di David Lean sembra voler smontare e rimontare Venezia per restituirla allo spettatore attraverso lo sguardo del turista.
“Incantesimo” di una ribellione incompresa
Con questo motivo leggero e sofisticato, Cukor costruisce una commedia che dice molto di un mondo che non è affatto scomparso, ma che continua a esistere come parte integrante del sistema. La ribellione dei protagonisti e in particolare quella di Hepburn, con la sua malinconia, dolcezza e stravaganza, resta però qualcosa di ancora incompreso. Certamente la sua autenticità per molti nostalgici è considerata affascinante e sfuggente, ma in fondo, porta tuttora all’esclusione.
“La falena d’argento” liberatoria e moderna
Falcata ampia, braccia ondeggianti, schiena ricurva e un trench di diverse taglie più grandi che fanno sembrare enormi le spalle. Ecco come si presenta sullo schermo Katharine Hepburn nei panni della giovane aviatrice Lady Cynthia Darrington. La falena d’argento (Christopher Strong), tratto dal romanzo inglese di Gilbert Frankau, è uno dei primi film che mette in evidenza il ruolo femminile e le difficoltà emotive e relazionali che la donna moderna deve affrontare.