Alice Adams è giovane, simpatica e arguta, ma la sua sfortuna è quella di essere nata in una famiglia povera. Il padre avrebbe potuto cambiare le sorti della famiglia aprendo una fabbrica di colla e sfruttando la formula efficace che aveva sviluppato. Tuttavia, come gli ricorda continuamente la moglie, con cui litiga continuamente, si è sempre lasciato frenare da principi morali ingenui, che non tengono conto delle reali necessità dei suoi cari. In sostanza la donna vorrebbe che lui capisse che va bene lavorare per un padrone onesto e generoso, ma non si può accettare di farsi mettere i piedi in testa per tutta la vita. Soprattutto se questo significa sacrificare il futuro della propria figlia.
Le sottotrame di Alice Adams sono numerose e ricche di spunti, a partire dal personaggio del fratello (interpretato da Frank Albertson) e dalle sue “strane” frequentazioni con persone afro-discendenti, accennate con ambiguità e lasciate volutamente nel non detto. Così anche la figura della domestica, presa in prestito da altre famiglie, meriterebbe un’analisi più approfondita, come simbolo delle dinamiche di classe e dei ruoli sociali della società anni ’30 americana. Lo stesso vale per il padre (Fred Stone), per la sua posizione all’interno della fabbrica (ancorata nella realtà) la sua rigida morale e la riconciliazione finale con il datore di lavoro, all’insegna di un “volemose bene” che è in contrasto con il resto perché per nulla realista.
Nel film AIice fatica a trovare il proprio posto nella società, proprio a causa delle sue umili origini. Non può permettersi un vestito nuovo, così è costretta a reinventare ogni volta lo stesso, aggiungendo piccoli dettagli per camuffarne l’usura. Non ha i soldi per comprare un mazzo di fiori e deve raccoglierli da sé. Non ha mai un accompagnatore, e per questo è costretta a implorare il fratello maggiore - più interessato alle cose concrete della vita e per questo una pecora nera - affinché la accompagni alle feste, permettendole almeno per una sera di vivere i propri sogni. Però anche le fantasie non sono che illusioni. Basta il contatto con il resto della società perché l’incanto si spezzi e le speranze di Alice svaniscano, una dopo l’altra.
Katharine Hepburn restituisce alla perfezione questa tensione interiore, alternando momenti di malinconia profonda a smorfie ironiche e atteggiamenti caricati. Soprattutto, costruisce il personaggio attraverso una serie di sorrisi forzati che punteggiano l’intero film e che culminano nel crollo emotivo finale, quando la maschera non può più reggere. Arriva un punto, infatti, in cui non è più possibile sorridere a chi la invita per pietà solo per poi escluderla, lasciandola sola e in disparte.
In tutto questo, la macchina da presa di George Stevens la segue con discrezione ma costanza, cogliendone i movimenti nervosi, gli sguardi sospesi, la disillusione crescente di non poter mai essere davvero accettata, qualunque cosa faccia. Poi, all’improvviso, uno degli scapoli (Fred MacMurray) più ambiti della città sembra volerla frequentare. Inizia così una nuova frenesia e la Hepburn mostra tutta la sua abilità nell’interpretare un personaggio che, a sua volta, finge e recita la parte della civettuola dentro la recita.
La vediamo allestire il proprio teatro domestico, spostare poltrone, sistemare fiori, correggere inquadrature immaginarie, come se potesse controllare la scena per trasformarsi finalmente nella donna che ha sempre sognato di essere, in una casa da favola e con una famiglia impeccabile, ma appunto è solo una rappresentazione.