“Un essere umano che sognasse la propria esistenza al posto di viverla senza dubbio terrebbe così sotto il suo sguardo, in ogni momento, l’infinita moltitudine dei dettagli della propria storia passata”.

Henri Bergson

C’è un cinema che non si guarda, ma si attraversa. Un cinema che non si limita a rappresentare, ma trasfigura, disorienta, abita la materia instabile del sogno. È il caso de La clessidra (Sanatorium pod klepsydrą), capolavoro tardivo del maestro del cinema polacco Wojciech Jerzy Has, che gli è valso il Premio della giuria al Festival di Cannes nel 1973. Ispirato all’universo letterario dell’autore polacco Bruno Schulz, a partire proprio dal romanzo Il sanatorio all’insegna della clessidra, il film di Hans è un oggetto che sfugge alle convenzioni del racconto e a qualunque tentativo di essere incasellato e decifrato, un’esperienza sensoriale e mentale che mette in scena l’impossibilità di controllare il tempo e con esso la storia, la memoria, la perdita.

In un incipit che ricorda La montagna incantata di Thomas Mann, già all’insegna del viaggio e del sogno, il protagonista Jozef (Jan Nowicki) viene svegliato sul vagone di un treno che lo sta conducendo al sanatorio dove è ricoverato il padre Jakub (Tadeusz Kondrat). Qui si fanno strani esperimenti con il tempo per cercare di ingannare la morte, e anche il padre di Jozef, apparentemente già morto all’esterno, è mantenuto in vita con questa strana pratica in una sorta di enigmatica sospensione. L’arrivo del protagonista nel sanatorio è solo il punto di ingresso in un universo che si piega alle logiche del sogno, un susseguirsi di stanze che si inseguono come in un labirinto mentale, in cui le figure si moltiplicano, si sdoppiano, diventano riflessi, simulacri, maschere.

I piani temporali e spaziali si sovrappongono e, senza bisogno di nessuna pillola rossa, Jozef si addentra nella tana del bianconiglio che si apre di fronte a sé: appaiono uomini intenti in strani rituali, personaggi storici sotto forma di fantasmi o automi, donne che incarnano fantasie erotiche, e Jozef rivive la sua esistenza e forse quella di tanti altri, come in un incubo collettivo. La storia personale si confonde con la Storia collettiva: gli echi dell’ebraismo, della guerra, dell’oblio, risuonano ovunque ma senza mai imporsi.

Guardando La clessidra si ha l’impressione di essere immersi in un horror vacui visivo e narrativo: ogni inquadratura è densa, moltiplicata dall’uso della profondità di campo, dei dolly, di un montaggio che frammenta la percezione, facendo esplodere ogni unità spaziale. Il direttore della fotografia Witold Sobociński crea una tavolozza cromatica che ricorda il cinema muto ricolorato a mano, riportando l’immaginario ai suoi albori, a una dimensione arcaica, pre-logica, quasi mitica.

I colori saturi, innaturali, non restituiscono la realtà ma la sua proiezione interiore, come se la pellicola fosse essa stessa un sogno rivelato. Proprio a questa logica si affida Has, costruendo uno spazio filmico che si avvicina più a un museo delle cere animato, a un tableau vivant perennemente in trasformazione che a un set cinematografico tradizionale. L’effetto, come nei film di Gilliam o nei deliri mistici di Jodorowsky, è quello di un incubo che affascina, seduce e annienta.

La struttura del film, circolare e priva di centro, accompagna lo spettatore in un percorso senza guida, un eterno ritorno dove ogni accadimento è già stato visto, ogni visione è un ricordo proiettato in avanti. La clessidra non è un film da interpretare, ma da abitare, da subire come una febbre o come una rivelazione notturna. Si esce dalla visione disorientati, forse arricchiti, forse solo più consapevoli del fatto che ogni passo avanti è, in qualche modo, anche una perdita.

Resta la domanda sospesa: “Può mai accaderci qualcosa di nuovo, che non sia già accaduto?”. Hans non risponde. Ci mostra, piuttosto, come il cinema, vera macchina dei sogni e strumento capace di manipolare lo spazio e il tempo a proprio piacimento, possa diventare il luogo in cui questa domanda si rinnova, in ogni granello di sabbia che ricade.