Katharine Hepburn in Il diavolo è femmina di George Cukor interpreta la giovane Sylvia Scarlett che, in lutto per la morte precoce della madre, vuole proteggere a tutti i costi il padre da sé stesso. Henry, infatti, è artefice di un grosso furto di pizzi e deve fuggire velocemente; dalla Francia vuole emigrare in Inghilterra. Il problema però è che la figlia non vuole abbandonarlo e quindi decide di tagliare i capelli e trasformarsi in Sylvester.

Sul traghetto della speranza incontrano un vero farabutto Jimmy Monkley (Cary Grant), che in un primo momento li tradisce e poi gli propone di entrare in affari. Da quel momento per Sylvia/Sylvester tutto è in discesa, lei sarebbe una ragazza per bene e anche nelle vesti di un ragazzo mantiene la sua natura mite, ma questo certamente non fa bene alle economie della banda perché ogni tentativo di furto, in un modo o nell’altro, finisce nel nulla.

Nella meravigliosa scena della truffa ai danni della cameriera Maudie, in cui tutti i personaggi in scena, tranne Monkley, sono travestiti da un qualcun altro, si sviluppa una dinamica spiccatamente teatrale. L’inganno, orchestrato quasi perfettamente, sarebbe andato a segno se non fosse per Sylvester che decide di intromettersi entrando dalla finestra e poi ubriacarsi. Katharine Hepburn, nei panni sia della ragazza che del ragazzo, porta scompiglio ovunque: la sua presenza è il vero motore dell’azione, un elemento catalizzatore da cui si originano tutti gli eventi. Tratto dal romanzo di Compton MacKenzie, Il diavolo è femmina di George Cukor è una commedia che fonde in modo impeccabile risate, travestimenti e humour nero.

Questo film di Cukor richiama da vicino le dinamiche di inganno e travestimento di Frutto proibito di Billy Wilder. In entrambi i casi, forse maggiormente per il secondo regista, il mascheramento non è solo un espediente narrativo, ma diventa un vero e proprio dispositivo metalinguistico, capace di riflettere sui codici del cinema e sul significato stesso dell’identità. In Il diavolo è femmina, questo gioco si spinge oltre la commedia degli equivoci e, per l’epoca, è sicuramente all’avanguardia.

La sessualità fluida e la tensione erotica non sono appena accennate, ma si manifestano apertamente, rendendo il film moderno nel modo in cui mette in discussione ruoli, desideri e convenzioni sociali. Sylvia, nei panni di Sylvester, attrae sia donne che uomini. Emblematica è la scena del bacio rubato da Maudie all’interno del caravan. Fino a qualche secondo prima la ragazza lo deride per l’assenza di barba, baffi e basette, ma dopo avergli disegnato dei baffi finti, lo trova improvvisamente irresistibile.

Anche un artista, proprietario di una splendida villa, si lascia conquistare da Sylvester/Sylvia, confessando la propria confusione di fronte a un’attrazione che non riesce a classificare. Solo in seguito, quando scopre la vera identità di Sylvia, l’uomo comprende che ciò che lo ha affascinato fin dall’inizio non era né maschile né femminile in senso stretto, ma proprio quella combinazione dei due: una figura libera e ibrida e per questo desiderabile.