Diva (1981), tratto dal romanzo di Delacorta e opera prima di Jean-Jacques Beineix, è un film che gioca da subito a carte scoperte. C’è una diva (Wilhelmenia Wiggins Fernandez), bella e apparentemente irraggiungibile, talmente diva che se il suo abito viene rubato la notizia finisce in prima pagina. C’è un postino (Frédéric Andréi), che rende chiara subito la sua occupazione (va persino a teatro con il suo cappello), spezza le overture con violenza ed è teneramente invaghito della diva, anche se ancora non la conosce.

Poi ci sono gli aiutanti (Thuy An Luu e Richard Bohringer), inaspettatamente ironici e un po’ anarchici e infine i cattivi, evidentemente cattivi; il loro look parla chiaro: capelli laccati indietro, occhiali da sole e facce imbruttite. Meno chiaro è il cattivo più cattivo di tutti, un mistero deve pur esserci per intrattenere il pubblico.

L’iconografia dei personaggi è quasi stereotipata ma i luoghi no, sono contemporanei e creativi, ancor più colorati e brillanti con il restauro. Il film è ambientato in una Parigi che di Parigi ha ben poco, si mostra per come la conosciamo solo durante l’appuntamento tra il postino e la diva. Il teatro in cui la diva canta è fatiscente, insolito per l’opera lirica e bohémien. L’appartamento (che poi è un garage) del postino non è abituale, come lo definisce Alba (una dei due aiutanti) nel film.

Nessun luogo ritratto da Beineix è abituale, ogni luogo però è estetico, anche quando viene messo a soqquadro da qualcuno che cerca una cassetta. Forse è per questo che Raphaël Bassan definì il lavoro del regista come cinéma du look, tirando in ballo anche Luc Besson e Leos Carax, ma il cinéma du look teoricamente dovrebbe prediligere la forma alla sostanza e invece Diva ci parla di tante cose.

Diva ha un intreccio ingarbugliato e improbabile che abbarbica nel polar e che viene usato come scusa per parlare di proprietà intellettuale, tema spesso affrontato dal regista. Per lui doveva poter esistere un cinema puro che sopravvive nonostante le leggi di mercato facendosi portavoce per difendere la libertà assoluta dell’artista. Il film racconta infatti di una cantante che non vuole registrare la sua voce perché deve nascere per il pubblico e rimanere passeggera, riflessione quasi ironica dato che il cinema è per sua natura una riproduzione. Inoltre, con il suo cosmopolita ventaglio di personaggi è un’opera inclusiva ancor prima che l’inclusività diventasse un valore.

Ma Diva parla anche di opera lirica, è spiccatamente ispirato ai meccanismi del melodramma mentre la quotidianità e il realismo sono completamente assenti. Non solo l’aria de La Wally ci perseguita per tutto il film ma ispira chiaramente il personaggio di Cynthia (la diva), una donna fiera e indipendente, proprio come Wally. Alba e Gorodish hanno quella strana ironia di Ping, Pong e Pang di Turandot, buffi anche se tagliano teste.

L’arzigogolo che è la trama del film è degno dei colpi di scena di Tosca e come ne Le Bassaridi è necessario l’intervento del deus ex machina per concludere la storia, nell’opera è Dioniso, qui ce ne sono molti. Jules (il postino) viene salvato all’ultimo momento talmente tante volte che diventa quasi ironico. Il film, come dice Alba dopo aver ascoltato Ebben ne andrò lontana cantata da Wilhelmenia Wiggins Fernandez è un “melodramma stupendo!”.