Luigi Comencini, riadattando il romanzo di Florence Montgomery, prosegue il suo discorso sull’infanzia, questa volta in una famiglia aristocratica inglese. Come in La finestra sul luna park, il film si apre con un lutto: la moglie del console britannico John E. Duncombe (Anthony Quayle) viene a mancare, lasciando un vuoto difficile da colmare per Andrea (Stefano Colagrande) e Milo (Simone Giannozzi), i due figli della coppia. Dallo sguardo del primo, il maggiore, si intuisce che ha già compreso ciò che il padre non riesce a esprimere. Il secondo, ancora piccolo, rimane all’oscuro fino a quando la realtà non si impone anche a lui: la madre non tornerà più.
Comencini gira un melodramma struggente, dalle immagini pittoriche, in cui sfida il proprio pubblico a trattenere le lacrime. La macchina da presa, attraverso i primi piani dei due giovanissimi attori, ci conduce in uno straziante viaggio emotivo, affrontando con grande sensibilità il tema della perdita.
Come spesso accade nella filmografia del regista italiano, gli adulti e i padri in particolare, sembrano essere inadeguati, e incapaci di prendersi cura dell’interiorità dei propri figli. Quando viene a mancare la figura femminile – le cui tracce vengono cercate in fotografie, quadri, sorrisi e voci fantasma – non vi sono più punti di riferimento e l’incomunicabilità regna sovrana.
Andrea (l’incompreso del titolo), trascurato ingiustamente perché più grande, e quindi considerato più forte e capace, è colui che subisce maggiormente le conseguenze della drammatica situazione. È ribelle, insensibile e violento agli occhi del padre, che non riesce a vederne la fragilità. Nessuno sembra accorgersi che quei gesti autodistruttivi non sono altro che una corazza contro il dolore, sotto la quale si cela un disperato desiderio di essere visto e apprezzato. Il modo in cui gli si spezza la voce, quando gli viene chiesto cosa contenesse di tanto importante il nastro che aveva cancellato per errore, è a dir poco commovente.
Milo, dal canto suo, più ingenuo e inconsapevole, vive questi momenti nell’euforia e nella spensieratezza infantile, non perdendo quella vitalità tipica di ogni bambino. Con grande tenerezza chiederà al fratello maggiore spiegazioni su cosa voglia dire morire, per poi tornare ai propri giochi. La mancanza della madre si fa sentire nei momenti di paura: probabilmente era lei a rimboccargli le coperte durante i temporali.
I due giovani interpreti sono eccezionali nel restituire la complessa gamma di emozioni che attraversano in questo lutto. Comencini riesce a dirigere i due bambini, rendendo credibili la complicità e il forte legame che li unisce. Le emozioni intense non impediscono al regista di inserire momenti di ironia, per lo più affidati alla verve clownesca di Milo o al black humor del bizzarro zio Will (John Sharp), per stemperare la tragicità della narrazione.
Elegante è la messa in scena di Comencini che, pur nell’esagerazione del melodramma – il quale non poteva che finire in tragedia – riesce a catturare emozioni forti ma genuine, accompagnandoci in un potente climax drammatico.
L’esperienza della perdita, sembra dirci il regista (seppur qui portata alle sue estreme conseguenze), è un passaggio necessario per affrontare noi stessi e ciò che abbiamo sempre trascurato. Anche in un film su commissione, Comencini riesce a mettere la sua inconfondibile firma.