Fin dal titolo, “due minuti troppo tardi”, To minutter for sent (Two minutes too late, 1952) di Torben Anton Svendsen mette al centro del meccanismo narrativo il passare del tempo, elemento cruciale per costruire quel senso di fatalismo e di avanzamento verso un destino inesorabile che costituisce uno dei temi principali del noir e, forse anche in modo più preponderante, del realismo poetico francese, due riferimenti culturali importanti per la produzione cinematografica scandinava crime degli anni Quaranta e Cinquanta.
Paragonato al cinema di Hitchcock e descritto come un giallo all’americana, To minutter for sent risente anche chiaramente della situazione storica della Danimarca del secondo dopoguerra, un momento in cui il paese deve elaborare gli anni dell’occupazione nazista e scoprire la “banalità del male” nel proprio passato: i collaborazionisti non erano mostri ma uomini e donne ordinari, mossi da motivazioni economiche e da interessi personali, ancor prima che da una follia ideologica. Sappiamo davvero chi sono i nostri vicini, amici e persino gli stessi famigliari? Una domanda, questa, tanto importante quanto la più classica: “chi è il vero assassino?”
Il bel Poul Reichhardt, già eroe positivo di Mordets Melodi, è invece qui l’ambiguo Max, un uomo del cui passato la stessa moglie Grete, conosciuta appena tre mesi prima, sa molto poco. La donna tormenta il marito con violente scenate di gelosia che arrivano a sostanziarsi in vere e proprie accuse di omicidio quando l’ambigua Sara Klint viene assassinata. Max diventa effettivamente il principale sospettato dell’omicidio: non solo aveva avuto una relazione con la vittima, ma l’aveva incontrata il giorno stesso dell'omicidio.
Inoltre, Max è restio a rivelare alla polizia i dettagli del loro rapporto, poiché significherebbe andare a scavare in una parte del proprio passato, immediatamente successivo alla fine della guerra che lui vuole dimenticare. Questo suo comportamento non fa altro che aggravare i sospetti su di lui e lo rende sempre più instabile psicologicamente, come tanti suoi colleghi maschi della tradizione noir.
To minutter for sent si dipana in una rete di sospetti e ricatti reciproci, allargando le piste investigative a luoghi e personaggi che ricordano anche il gotico ottocentesco, come l’orologiaio gobbo che avrà una parte sempre più decisiva nella (non) risoluzione della vicenda. Ritorniamo quindi all’importanza della dimensione temporale, incarnata dal personaggio e richiamata dalle insistenti immagini degli orologi che segnano il passaggio da una scena all’altra e che anche sono una sintesi dell’idea del film come meccanismo perfetto.
To minutter for sent ricerca infatti l’incastro e la sovrapposizione delle possibili soluzioni del whodunit, sfiorando il compiacimento per il divertissement che richiama l’attenzione sul proprio congegno ben oliato, anche se rischia di nuocere alla credibilità della trama. Più che ad un noir, in cui il colpevole viene rivelato generalmente nelle prime scene, ad un certo punto di To minutter for sent sembriamo in presenza di una narrazione ad enigma, in cui dobbiamo ricomporre un intellettualistico puzzle.
Tuttavia, le inquietanti angolazioni oblique delle inquadrature, l’illuminazione chiaroscurale, la dimensione voyeuristica ed erotica, gli elementi ossessivi come il ticchettio degli orologi che sembra anche suggerire il nome del colpevole fino ad arrivare all’ambigua e paradossale conclusione in cui nessuno si può davvero dichiarare completamente innocente segnano il deciso perimetro noir entro cui il film di Svendsen si muove.