La seconda metà degli anni Trenta è stata un periodo di di forte rinnovamento per la carriera di Mikio Naruse. Prima di essere considerato uno dei quattro più grandi registi giapponesi, l’autore di Tokyo aveva realizzato per la casa di produzione Shochiku diversi film muti acclamati dalla critica. Il direttore della Shochiku lo aveva nondimeno preso in antipatia e gli impedì di dirigere film sonori.
Anche per questo motivo nel 1933 Naruse passa alla P.C.L., che di lì a poco sarebbe diventata la rinomata Toho. Realizzerà ben quindici opere entro la fine del decennio, ponendo le basi dello stile sobrio ed elegante che caratterizzerà la sua più nota produzione postbellica. La condizione psicologica e sociale della donna è già il tema prediletto dei suoi lavori, melodrammi romantici fortemente sentimentali e impietosamente realistici.
Un secondo elemento ricorrente è la rappresentazione di una nazione in trasformazione, dove l’invasività di radicate tradizioni convive con una modernità d’importazione occidentale, e i repentini cambiamenti negli usi e costumi giovanili causano aspri conflitti generazionali. Un’attenzione particolare viene infine rivolta a situazioni di disagio economico e attività commerciali in recessione, per cui Naruse prova una simpatia motivata anche da elementi autobiografici. L’espediente narrativo più utilizzato per amalgamare questi ingredienti è il matrimonio combinato: mercificazione per eccellenza della moglie/serva, strumento di imposizione delle vecchie generazioni sulle nuove ma anche opportunità di ascesa sociale.
Già dal suo primo film sonoro, l’adattamento di un racconto di Kawabata Three Sisters with Maiden Hearts, Naruse racconta con delicatezza di una famiglia di sole donne, frustrata dall’indigenza. Tra ambizioni romantiche e rassegnazione all’umiltà le sue protagoniste si muovono per il malfamato quartiere di Asakusa col sorriso sul viso e la morte negli occhi. L’impasto sonoro è variegato, comprende anche molti momenti cantati e voci fuori campo, e in qualche occasione rivela l’inesperienza di un autore entusiasta, che vuole fare il passo più lungo della gamba. La censura epura ogni allusione alla prostituzione dal montato finale, a riprova del fatto che il tocco sobrio di Naruse, come di altri artisti suoi contemporanei, sia in parte una forzatura dall’esterno.
In quello stesso 1935 firma l’opera più importante della sua carriera fino ad allora, nonché uno dei pochi film giapponesi distribuiti all’estero: Wife, Be Like a Rose!. Il soggetto è tratto da uno shinpa, genere di dramma teatrale di impronta occidentale e realistica, i cui adattamenti per lo schermo sollevano critiche già da inizio secolo per la rappresentazione poco conservatrice dei personaggi femminili.
La vicenda di Kimiko, una giovane di Tokyo intenzionata a ricondurre a casa il padre, benché ufficiosamente si sia rifatto da anni una vita con una ex-geisha, fornisce il pretesto per mostrare un Giappone frammentario. Da un lato la moderna capitale, dove convivono infelici matrimoni di facciata e giovanili volontà di rinnovamento. Dall’altro le campagne, non meno intrise di formalisimi e pregiudizi, ma sufficientemente appartate da permettere alle persone di vivere come meglio credono. Una commedia drammatica incisiva, pregna di umana comprensione e personaggi memorabili, nel bene e nel male.
Nello scanzonato The Girl in the Rumor, nel cupo A Woman’s Sorrows e il crudo Avalanche, ma soprattutto in The Road I Travel with You Naruse si concentra specificamente sull’istituzione del matrimonio combinato, sugli opportunismi e i pregiudizi che lo circondano. Nell’ultimo di questi titoli il versante drammatico ha la meglio e l’autore si espone con più veemenza del consueto, sebbene tenda comunque a non criticare direttamente i sistemi culturali in quanto tali. Il Naruse di questo periodo non è un critico riformatore, non vuole cambiare la realtà ma solo raccontare a dovere le sue spigolosità.
Dopo il fortunato dittico di Learn from Experience chiudono il decennio Sincerity e The Whole Family Works, due pellicole pesantemente condizionate dalle imposizioni governative. Il 1939 è infatti l’anno in cui il governo prende direttamente il controllo della produzione cinematografica e perfino gli autori più preventivamente cauti devono allentare ancor di più la presa sulle proprie idee. Sincerity si inserisce a pieno titolo fra i film figli del belligerante nazionalismo di quegli anni, con una spensieratezza talmente esasperata da risultare grottesca.
All the Family Works si prende il rischio di mostrare una famiglia prostrata dalla povertà anche se ovviamente Naruse, memore delle recenti pressioni rivolte a registi come Sadao Yamanaka e Fumio Kamei, viaggia col freno a meno tirato e non si espone più del necessario. È un periodo difficile per tutta l’industria giapponese, ma è proprio nell’abilità nel districarsi in quelle criticità che risiede parte dell’arguzia di Naruse.
I suoi lavori del dopoguerra sono ben noti in tutto il mondo ma vale la pena soffermarsi sul loro pregresso, sulle sofferte limitazioni che nel bene e nel male hanno contribuito a plasmare lo stile di un grande autore. Dopotutto, alla fine l’hanno avuta vinta gli artisti che come Naruse hanno dovuto stringere i denti: la censura è decaduta e di quel belligerante patriottismo non rimane che un orrido ricordo. Sono sopravvissute invece le opere, le emozioni che tuttora raccontano e continueranno a raccontare.