Negli anni recenti, il cinema dell’orrore ha riscoperto il proprio legame con le culture locali, le tradizioni e i racconti tramandati nel tempo e legati ad un ambiente. Il cosiddetto folk horror, sottogenere che ha conosciuto il suo periodo di massima creatività a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, è stato al centro di una rinnovata popolarità nell’ultimo decennio grazie alle rilevanti opere di alcuni fra i principali autori di genere.
Attingendo dal folklore di comunità molto distanti tra loro come quella dei coloni americani in The VVitch (Robert Eggers, 2015), alla cultura nordeuropea di Midosommar (Ari Aster, 2019), fino alla riscoperta di antiche mitologie orientali in Tumbbad (Rahi Anil Barve, Anand Gandhi, 2018), il recente cinema di tensione è tornato a trarre preziosa linfa da storie profondamente radicate in tempi passati e in ambienti specifici. Nell’attuale panorama italiano il principale persecutore di questo filone è senza dubbio Paolo Strippoli.
Esordiente nel 2021 con il notevole A Classic Horror Story (in co-regia con Roberto De Feo, altro nome di rilievo del recente horror nostrano), Strippoli nel 2022 ha realizzato Piove, consolidando una personale idea di cinema avente come chiaro riferimento i capisaldi filmici e letterari d’oltreoceano, ma saldamente ancorato al contesto locale. Un horror all’italiana che, a differenza del gotico ad ambientazione anglosassone di Bava o dell’alterità degli ambienti urbani ibridi di Argento, trova dunque una collocazione geografica precisa, sposandosi con costume e usanze dei luoghi in cui è calato. Una familiarità che La valle dei sorrisi, suo film più recente e presentato fuori concorso all’ottantaduesima rassegna della Biennale Cinema, rinnova e acuisce ulteriormente.
Remis, il paese alpino che racchiude la vicenda, è frutto della fantasia degli autori (la sceneggiatura è firmata a sei mani con Jacopo Del Giudice e Milo Tissone), ma nella fenomenologia che alimenta l’elemento sovrannaturale del film è facile rinvenire una stretta affinità con le consuetudini dei borghi montanari del Nord Italia. Inoltre, pur nella sua natura fittizia, la collocazione è grossomodo determinata in apertura, quando uno schermo televisivo racconta di un terribile incidente ferroviario avvenuto nella provincia veneta, in un luogo che ben presto si scopre non essere molto distante dalla “valle” del titolo.
L’isolamento morfologico che si riversa in una chiusura culturale rispetto all’esterno trova il suo compimento nella diffidenza che gli abitanti di Remis mostrano nei confronti di Sergio, l’intruso interpretato da Michele Riondino, nel quale si riconoscono diversi topoi dell’italianità cinematografica: il supplente scolastico che dalla città si sposta nelle zone meno abitate, il lavoratore precario che dal Sud della penisola viaggia verso il settentrione e si scontra con uno stile di vita diverso, inizialmente respingente ma nel quale vede germogliare il suo percorso di redenzione.
Sul fronte opposto, invece, la comunità del paese rispecchia valori e gerarchie ancora difficilmente contestabili nell’Italia rurale, tra i quali spicca la profonda autorità della religione, armatura di una società strettamente gerarchica. Per quanto il cattolicesimo non sia mai esplicitamente nominato, le ritualità e le superstizioni presenti, così come la principale figura antagonista individuabile nei panni di un sacerdote, non richiedono particolari sforzi interpretativi per risalire alla matrice del culto cui sono soggetti gli abitanti. La retorica punitiva e opprimente del cristianesimo viene rielaborata da Strippoli fino ad assumere risvolti psicologici, con soluzioni individuabili nella metodologia cognitivo-comportamentale suggerita da Hayes e nella cruciale fase di accettazione del dolore.
Sì, perché il terrore de La valle dei sorrisi scaturisce da un trauma condiviso e una volontà diffusa di rimuovere le sue conseguenze nefaste attraverso la ritualità e l’adorazione di una figura sacrificale. La tirannia religiosa ha perpetrato la soggiogazione dell’individuo attraverso elementi coercitivi, da un lato colpevolizzanti ma al contempo mirati ad un superamento della colpa tramite la cieca devozione verso una figura divina in grado di farsi carico dei flagelli umani. Un comportamento che Sergio trova replicato su piccola scala, in versione ridotta ma anche concentrata e quindi amplificata, dietro ai volti sorridenti che lo accolgono a Remis.
Qui nessuno prova dolore perché nessuno da tempo ha il coraggio di affrontarlo, né tantomeno la necessità, avendo trovato un’espediente che non esige comprensione e conoscenza del sé, ma una semplice replica di azioni come atto espiatorio in cui però è qualcun altro a farsi carico della sofferenza. L’orrore a Remis divampa quando l’agnello si ribella e decide di redistribuire equamente tutto il male ricevuto, dimostrando come non esistano facili scappatoie dalla sofferenza. Il dolore, che talvolta diviene fantasma di un passato soppresso in modo maldestro, può essere lenito solo dall’accettazione e dalla convivenza con esso.
Un’idea ricca di implicazioni tutt’altro che trascurabili, che palesa le ottime intenzioni di Strippoli e sottolinea nuovamente il suo intuito nel saper ravvivare i codici del genere innestandovi delle idee vibranti. I limiti emergono per lo più nella realizzazione; in una scrittura che si fa approssimativa proprio nel momento in cui servirebbe una solida conduzione del racconto e soprattutto una regia ancora acerba e non del tutto in grado di garantire la giusta enfasi ai momenti salienti. Nulla di imperdonabile, sia chiaro, ma segnali che la piena maturità di questo talentuoso autore deve ancora rivelarsi, ma altresì che la strada imboccata è corretta e ricca di itinerari da esplorare.