A Yale è in palio una cattedra, contesa tra i docenti di filosofia Alma Imhoff (Julia Roberts) e Hank Gibson (Andrew Garfield). Alma e Hank sono amici da una vita, e sono pronti a giurare la completa assenza di animosità tra loro sull’esito dell’assegnazione. Entrambi si dichiarano entusiasti del lavoro di una loro studentessa, Maggie (Ayo Edebiri), che sta scrivendo la tesi di dottorato sull’etica della virtù e che sembra ammirare in particolar modo la sua insegnante, mimando il suo stile nel vestire e i suoi modi di fare.
Una sera, dopo una festa a casa di Alma e del marito (Michael Stuhlbarg), Maggie e Hank si allontanano insieme, ubriachi; ventiquattro ore dopo la ragazza si presenta di nuovo davanti alla porta della sua mentore per raccontarle che Hank l’ha molestata. Da questa premessa, la trama di After The Hunt si dipana in una spirale di mezze bugie, mezze verità, confessioni e segreti taciuti per più di quarant’anni.
I dettagli della violenza subita dalla studentessa (una ragazza nera e lesbica i cui genitori sono tra i principali finanziatori dell’università) non sono mai mostrati né raccontati, perché niente viene presentato come certo nel nuovo film di Luca Guadagnino. Hank assicura all’amica e collega di non avere toccato Maggie quella sera, e di averla invece accusata di aver copiato svariati passaggi della propria tesi dagli scritti di Giorgio Agamben; Maggie è decisa a denunciare l’accaduto, ma dopo la violenza non è andata in ospedale e non ha un referto medico a supporto della propria accusa.
In questo turbinio di “he said she said” Alma, che ha dovuto combattere per raggiungere la posizione di prestigio che ricopre e ha imparato a giocare a carte coperte, si rifiuta di confidarsi con chiunque – persino con il marito, psicoterapeuta. In assenza di dialoghi interni, lo spettatore è quindi lasciato a dover indovinare le motivazioni dietro gli algidi comportamenti della donna e a doversi formare autonomamente una propria opinione.
La violenza è realmente avvenuta, o è un escamotage di Maggie per tutelarsi dalle accuse di plagio? Alma sostiene la ragazza perché le crede, o intravede nell’episodio l’opportunità di disfarsi di un rivale per la cattedra? Hank sta mentendo, o si trova realmente in una posizione che gli rende impossibile difendersi da false accuse? È altrettanto impossibile stabilirlo con certezza: nella ragnatela tessuta da Guadagnino e dalla sceneggiatrice Nora Garrett, per ogni ipotesi è possibile trovare sia conferme che smentite.
Un esempio evidente di questa scelta narrativa – che, in questo senso, risulta riuscita – è la molteplicità delle interpretazioni critiche emerse dalle prime visioni al Festival di Venezia, in particolar modo rispetto all’opinione che il film sembrerebbe avere delle giovani generazioni.
Se è vero che il racconto in After The Hunt si concentra soprattutto sui personaggi più adulti, che non fanno che lamentare l’eccessiva sensibilità e l’ipocrisia dei propri studenti, è altrettanto vero che i fatti narrati non mettono in buona luce nemmeno i professori. Alma ha un passato di cui non vuole parlare, tratta tutti con freddezza, anche gli amici, e falsifica una prescrizione medica per ottenere degli stupefacenti; Hank non ha chiaro il senso del limite con le proprie studentesse e beve moltissimo.
Verrebbe quasi da dire, insomma, che se la generazione Z è troppo sensibile, ipocrita e performativa, i millennial raccontati da Garrett e Guadagnino peccano di altrettanta ipocrisia e di seria immaturità emotiva, appesantiti da rimossi e non detti che si rifiutano di affrontare.
After The Hunt si propone di esplorare le zone di luce e ombra del movimento #MeToo, invitando lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi “credere alle vittime” nei casi di violenza sessuale. Sebbene si avvicini ad essere un’indagine interessante su cosa significhi il consenso all’interno di dinamiche di potere, il turbinio di contraddizioni rischia di diventare paludoso all’eccesso, perdendo il proprio focus.
L’intenzione dichiarata di non sposare un’unica tesi ha quindi l’effetto di depotenziare la narrazione, lasciando la netta sensazione che l’ultima opera di Luca Guadagnino si trascini un po’ troppo a lungo e rischi di smarrirsi nel suo stesso gioco di ambiguità.