È dal suo esordio con Vito e gli altri (1991), passando per i più celebri Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996) e La guerra di Mario (2005), che Antonio Capuano ci parla dell'impatto traumatico del mondo degli adulti sull'infanzia. Ne L'isola di Andrea, presentato a Venezia 2025, il piccolo protagonista del titolo è al centro di una contesa fra i genitori per il suo affidamento, durante le fasi della loro separazione giudiziale.

E se Andrea, con le sue intemperanze, le sue insubordinazioni, le sue piccole ribellioni, non può che fare da cartina al tornasole della crisi familiare in atto, al centro della narrazione c'è proprio la dinamica relazionale fra i due, Guido e Marta, interpretati da Vinicio Marchioni e Teresa Saponangelo: nel balletto di accuse e recriminazioni davanti a magistrata e consulenti, lei polemizza energica e rabbiosa, lui rintuzza pacato e trattenuto, con una giocondità spesso fuori luogo.

L'iter giudiziario, che suddivide il film in capitoli corrispondenti alle sue diversi fasi, diventa così l'occasione per vivisezionare una famiglia a colpi di domande, interazioni, disegni, associazioni d'idee e giochi con le costruzioni. La macchina da presa di Capuano si muove in continua tensione fra naturalismo e antinaturalismo, con molti long take oscillanti fra lo stile malfermo all'impronta da cinema del reale e stilizzati fraseggi circonvoluti, avvolgendo i personaggi sì da mostrare la pluralità dei punti di vista ma anche accerchiandoli all'ammissione delle proprie manchevolezze.

L'idea del falso documentario torna anche nella soluzione di far rivolgere i personaggi direttamente verso gli spettatori, come se stessero concedendo un'intervista filmata, per perorare la propria causa e difendersi dalle argomentazioni avverse. Marchioni e Saponangelo rispondono alla non facile prova interpretativa con buoni momenti di intensità, ma anche a tratti con un sentore di “troppo recitato” (in particolare Saponangelo) che mal si accorda col mimetismo del reale a cui il film aspira.

Capuano sceneggia tutto da solo, come quasi sempre nella sua filmografia, anche se in effetti la mancanza di una mano femminile in scrittura si sente: non tanto per il peccato, in fondo veniale, di lasciare incolori le figure secondarie (la giudice ferma e autorevole, la psicologa dolce e comprensiva), quanto piuttosto nel tratteggio di una Marta sin troppo svagatamente tempestosa, di fronte all'inquietante aggressività passiva di Guido. Di certo, un numero musicale tanto enfatico prima di un così plumbeo finale lo avevamo visto giusto in Gocce d'acqua su pietre roventi di François Ozon.

Il titolo L'isola di Andrea troverà compimento e spiegazione nel finale, col rimando a un impossibile mondo di pura felicità infantile che pare solo una chimera, ma è inevitabile pensare anche alla parafrasi di un altro racconto di formazione, quello di un conterraneo di Andrea chiamato Arturo, al centro del seminale romanzo di Elsa Morante.