Il sodalizio tra il regista belga Tim Mielants e l’attore irlandese Cillian Murphy inizia con Peaky Blinders, pluripremiata serie televisiva della BBC, che descrive le vicende di una banda criminale di Birmingham dopo la Prima Guerra Mondiale. Il primo lungometraggio che rinnova questa virtuosa collaborazione è Piccole cose come queste (Small Things Like These) dal romanzo di Claire Keegan, che evoca la storia di un venditore di carbone che si oppone alle sevizie di alcune fallen women da parte di impietose suore in una casa Magdalene negli anni Ottanta.

A seguire ecco Steve, riduzione cinematografica di Shy, opera letteraria scritta dal britannico Max Porter e ambientata nel 1996 in Cornovaglia, penisola del Regno Unito, dentro un istituto per fallen angels, adolescenti “persi” in disturbi mentali che sfidano le doti empatiche e le competenze di docenti e assistenti psichiatrici.

L’inquieto preside/insegnante Steve è l’alter ego dello studente disadattato Shy e il loro conflittuale e de-costruttivo vincolo è al centro della cronaca di una giornata che vede la difficile quotidianità violata dalle telecamere di cinici reporter che intervistano educatori e discenti al solo scopo di riprendere le loro precarie fragilità legate anche all’imminente traumatica chiusura della struttura denominata Stanton Wood. Il peso di un incidente stradale, che ha provocato la morte di un innocente, annebbia l’animo di Steve e si contrappone al fardello di pietre che Shy porta con sé per ricordare/rappresentare il senso di colpa per il critico rapporto con la madre.

Responsabilità è la parola chiave per accedere ai sentimenti e ai pensieri, a volte incomprensibili, dei protagonisti commentati da suoni sincopati (jungle/electro rap), da groove metal (il gruppo svedese Meshuggah canta Suffer in Truth, brano emblematico sin dal titolo), oltre che da inserti hip hop con improvvisi lampi melodici (la musicista Little Simz, che interpreta anche il ruolo di Shola, pedagoga alle prime armi, declama i versi: "ragin' doesn't stop until you let the demons out your closet").

Non solo le performance attoriali sono scandite da segna(n)ti ritmi (basti notare le lezioni di Steve che seguono armonie vocali e “spaziali”, i suoi giochi ossessivi con una pallina che svelano lo shining del suo inconscio tormentato, i duri confronti/scontri verbali/fisici nei corridoi che de-marcano i territori/set interni/esterni dell’edificio) ma anche i sinuosi piani sequenza e un paio di invenzioni visive (che manifestano un mondo… capovolto).

A brillare è l’intero cast ma, a parte il premio Oscar Murphy/Steve e il giovane Jay Lycurgo/ Shy dallo sguardo fulminante sono da menzionare almeno Tracey Ullman/la vice-preside Amanda dal volto deciso e rassicurante, Emily Watson/la psichiatra Jenny che si distingue (sempre) per la liminale e perturbante espressività “materna”, i talenti emergenti di Luke Ayres/Jamie e Ben Lloyd-Hughes/Julian per l’efficace e “schizoide” recitazione.

Il cineasta Tim Mielants si conferma attento a tematiche dal respiro dickensiano (infanzia e socialità deviate, narrazioni con un potente e umbratile afflato umanistico) e a immagini dai riflessi opachi, finemente claustrofobiche e di rilievo chiaroscurale, dettate dall’ambiguità dei personaggi in “campo”.

Lo schermo che mostra/nasconde il disagio si trasforma in trasparenza che ri-specchia la (possibile) gioia di un vertiginoso futuro che sfugge (divagando/dilagando come in metaforiche erosioni costiere) all’abisso dell’animo e alla terribile, squallida verità del Caos universale.