Accadde a Yale, la crème de la crème delle giovani menti americane: Maggie (Ayo Edebiri), la pupilla prediletta della professoressa di filosofia Alma Olsson (Julia Roberts), accusa un docente del dipartimento, Hank – un vorace e dionisiaco Andrew Garfield –, di aver superato il limite, alludendo a un abuso sessuale.

Non è un caso che il font dei titoli di testa di After the Hunt omaggi uno dei registi più importanti del cinema americano, ovvero Woody Allen. Da grande artista e intellettuale, Luca Guadagnino non si fa intimorire dal puritanesimo ipocrita e borghese del politically correct (americano) contemporaneo e va a scoperchiare le magagne di quella fascia sociale e culturale che si identifica nei nobili ideali progressisti. La provocazione va oltre il movimento #MeToo e si orienta verso le conseguenze, a volte irreversibili, di una gogna mediatica costituita da una tribuna popolare armata di torce e forconi.

Dopo l’adrenalinico Challengers (2024) e l’erotismo bollente di Queer (2024), Luca Guadagnino gira un film in interni, freddo, spigoloso, razionale, intellettuale, verbale, come la sua protagonista, forse insensibile, o semplicemente distante, riservata, gelosa della propria interiorità, del proprio trauma che invece le nuove generazioni esibiscono, vendendolo al migliore offerente, per un attimo di notorietà e di attenzione.

A sciogliere un po’ il ghiaccio è Frederik, il marito psicoterapeuta di Alma, interpretato dal solito buffo e barbuto Michael Stuhlbarg, un fauno saltellante che si gode la vita ascoltando musica, cucinando e – perché no? –  guardando porno per sopperire alle mancate attenzioni della moglie. Facendo eco al Robin Williams di Will Hunting (1997), Stuhlbarg – come già in Chiamami col tuo nome (2017) – si presta ancora una volta a rappresentare l’amore, estraneo ai giochi di potere in cui si muovono gli altri personaggi.

In questa scacchiera generazionale, sociale, culturale, sessuale, razziale, lo sguardo queer di Guadagnino non salva nessuno: giovani, vecchi, professori, studenti, neri, bianchi, donne, uomini, transgender, etero, non etero. Ogni categoria finisce per vittimizzare sé stessa mettendo in luce i privilegi altrui ma ignorando i propri, in un narcisismo da cui nessuno riesce a emanciparsi.

Cambiano i “costumi”, ma il desiderio di potere e di controllo è lo stesso. La ricerca della verità viene tradita in favore di una superficialità imperante, il cui unico scopo è mantenere la propria posizione privilegiata: che sia ottenere la cattedra tanta agognata, o laurearsi con i massimi voti nonostante una tesi plagiata.

“Not everything is supposed to make you comfortable”, sembrano dirci Luca Guadagnino e la sceneggiatrice esordiente Nora Garrett, attraverso il personaggio di Julia Roberts. Il regista siciliano torna in America per mostrarci un altro tipo di cannibalismo, portando avanti la sua idea di cinema radicale: con un atteggiamento filosofico, critico, da grande polemista, scomoda lo spettatore invitandolo a porsi domande, a spostare il punto di vista, e a non accontentarsi di risposte facili e di verità parziali, menzogne rassicuranti che ci illudono di essere migliori degli altri.

La verità non va cercata nelle parole, o in discorsi la cui complessità viene frustrata dall’utilizzo “errato” di un articolo, ma nelle mani dei personaggi su cui indugia con insistenza la macchina da presa, negli occhi, negli sguardi che si cercano o si evitano, nello stare seduti in un modo piuttosto che in un altro, nel mangiare frenetico, quasi bulimico, nel modo di bere, di fumare, nelle pause e nei silenzi o, forse, in un’innocua banconota da venti dollari. Con la sua ambiguità, After the Hunt ci invita a metterci a disagio.