Faust: Com’è dunque, che sei fuori dall’inferno?”

Mefistofele: “Ma questo è l’inferno, e io non ne sono fuori”.

(Doctor Faustus, Christopher Marlowe)

Erich Maria Remarque, Robert Harris e ora Lawrence Osborne: gli ultimi tre film del regista svizzero Edward Berger hanno tutti una solida matrice letteraria. Nel 2022 Niente di nuovo sul fronte occidentale, tratto dall’omonimo romanzo del tedesco Remarque, ha vinto quattro premi Oscar (miglior film internazionale, miglior fotografia, miglior colonna sonora e miglior scenografia).

Nel 2024 Conclave, tratto dal bestseller dell’inglese Harris, ha vinto l’Oscar come miglior sceneggiatura non originale. Nel 2025 è infine uscito La ballata di un piccolo giocatore, dal romanzo dell’inglese Osborne (in Italia pubblicato da Adelphi), non nuovo alle trasposizioni cinematografiche di suoi testi: nel 2021 John Michael McDonagh aveva tratto un interessante film dal suo Nella polvere.

Lord Doyle ha origini irlandesi ma - coi suoi guanti di capretto giallo e un fiore rubato all'occhiello - si finge un aristocratico inglese. Vive in un lussuoso hotel di Macao, dilapidando nei casinò un patrimonio di dubbia provenienza. È uno dei tanti guai lo, termine cantonese che letteralmente significa “uomo fantasma” ma che in gergo colloquiale indica semplicemente un uomo bianco. Anima persa, in fuga dal passato e da se stessa, Doyle cerca la vita nelle emozioni forti del gioco.

Per sentirsi vivo rincorre l’adrenalina della vincita ma al solo scopo di poter poi passare al piacere della perdita, in un circolo vizioso di auto annientamento fisico e morale che lo sta portando anche alla bancarotta. Intorno a lui ruotano tre importanti figure femminili: la nonna, un’anziana e spietata vedova cinese che lo sfida a Baccarat, Cynthia Blithe, una investigatrice inglese che cerca di svelare la sua vera identità e Dao Ming, una giovane prostituta-strozzina che vede in lui un’anima affine. Sarà proprio quest’ultima a fargli da guida attraverso l’inferno del gioco d’azzardo e da tramite con un mondo soprannaturale col quale - come scrive lo stesso Osborne - i giocatori d’azzardo sono sintonizzati.

Dopo le due trasposizioni precedenti, Berger sceglie nuovamente di rimanere fedele al romanzo da cui il film prende vita. Le leggere differenze che il regista e lo sceneggiatore Rowan Joffe introducono rispetto al testo originale non tradiscono infatti lo spirito e le atmosfere di Osborne. Le origini irlandesi anziché inglesi del protagonista, ad esempio, favoriscono la mimesi attoriale fra Colin Farrell e questo Lord Doyle di mezza età, schiavo del gioco d’azzardo e inseguito dagli errori della sua vita precedente.

L’introduzione del personaggio femminile di Cynthia, assente nel libro, è funzionale a far luce sul passato di Doyle e a conferirgli profondità e sfaccettature di carattere. E anche il finale, che ci fa pensare a una possibilità di rinascita o comunque di riscatto, mantiene comunque una sua ambiguità anche grazie alla scena di un ballo concesso solo fuori tempo, sui titoli di coda.

Nel film di Berger ritroviamo anche la corrispondenza tra i dettagli ambientali della storia e i contorni psicologici e morali dei personaggi, così importanti nelle storie di Osborne, che sono restituiti dalla fotografia ipersatura di James Friend (già a fianco di Berger in Niente di nuovo sul fronte occidentale).

La Macao notturna del film è innervata in esterno da pulsanti luci al neon, che definiscono i contorni della città attraverso i suoi grattacieli: siamo in una versione luna park della Los Angeles di Blade Runner, in cui finte torri Eiffel e fiammate di fontane ballerine prendono il posto di astronavi e torri infuocate. Gli interni geometrici e claustrofobici dei lussuosi hotel si ramificano in lunghi corridoi, suite di design e affollate sale giochi. Spazi che uniscono, in una vertigine kitsch, l’estetica di Shining a quella di Grand Budapest Hotel.

In questo regno della finzione, in cui i dettagli sono copiati da altri contesti e si rivelano per quello che non sono, un truffatore può assumere le sembianze di un aristocratico lord inglese, anche se indossa guanti di cattiva fattura cinese e completi di dubbia eleganza. Colin Farrell si cala perfettamente in questo ruolo con una interpretazione febbrile e allucinata ma anche autoironica - la prima battuta che pronuncia Doyle è un lapidario fuck - che trasporta lo spettatore in una dimensione sospesa fra reale e irreale, dove desiderio di vita e di morte convivono facendo a pugni fra loro.

Tilda Swinton interpreta una rigidissima investigatrice privata, animata dai più sani principi morali ma che a contatto con un mondo malato, quale quello dei giocatori d’azzardo, viene in qualche modo contaminata e ammorbidita. Fala Chen, nei panni della giovane Dao Ming, veste con malinconia ed eleganza il ruolo di prostituta-strozzina oltre che quello di tramite fra il mondo degli uomini e quello dei fantasmi cinesi, sempre affamati di nuove prede da divorare.

La parabola di Doyle, che viene trascinato agli inferi ma in qualche modo - o in qualche mondo - risale, pagando un tributo alle divinità del gioco, rimane però senza un reale happy end, quasi che da un inferno non si potesse che uscire accedendo a un altro. Nella scena che accompagna i titoli di coda del film, Colin Farrell e Tilda Swinton si esibiscono in un astratto ballo di coppia, in cui accennano passi di danze diverse e movenze da burattini.

Come se anche le decisioni finali dei due personaggi fossero guidate dai fili invisibili di una forza superiore, quella che alcuni chiamano fato, altri destino, altri ancora fortuna.