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“La ballata di un piccolo giocatore” guidata da fili invisibili

La Macao notturna del film è innervata in esterno da pulsanti luci al neon, che definiscono i contorni della città attraverso i suoi grattacieli: siamo in una versione luna park della Los Angeles di Blade Runner, in cui finte torri Eiffel e fiammate di fontane ballerine prendono il posto di astronavi e torri infuocate. Gli interni geometrici e claustrofobici dei lussuosi hotel si ramificano in lunghi corridoi, suite di design e affollate sale giochi. Spazi che uniscono, in una vertigine kitsch, l’estetica di Shining a quella di Grand Budapest Hotel.

“Conclave” in un mondo di giocatori e pedine

Conclave è un asciutto e classico thriller morale e, verso il finale, forzatamente fantapolitico del quale, al di là delle puntuali prove offerte da un cast che si sapeva di prim’ordine e della scrittura dell’esperto Straughan, resta poco di davvero memorabile. Non promettendo né più né meno di quanto prospettato dalla sua confezione. Perlomeno, in Conclave si ritrova un’interessante incursione in tematiche che avrebbero meritato una più approfondita indagine, quali femminismo e inclusività.

Sangue, morte e fango nel terzo adattamento da Remarque

La trincea è il luogo d’azione principale della vicenda, poiché la Grande Guerra fu innanzitutto una guerra di trincea, ricostruita dagli scenografi con la maestosità di un kolossal e un’attenzione certosina ai dettagli – è possibile che Berger si sia ispirato al celebre 1917 di Sam Mendes, anche per la presenza reiterata dei piani-sequenza sui soldati che si muovono nel dedalo di legno, fango e filo spinato. Così come ricchi sono il dispiegamento di armi, tra fucili, granate e mitragliatrici (con spari ed esplosioni live), e le divise dei militari.