Il primo lungometraggio di Margherita Spampinato, Gioia mia, colpisce per la sua apparente semplicità, un racconto di formazione che è maschera di qualcosa molto più profondo.
Il giovane Nico (Marco Fiore), a causa del matrimonio della sua babysitter alle porte, è costretto dai genitori a passare le vacanze estive in Sicilia, lontano da casa, dall’anziana zia Gela (Aurora Quattrocchi). I due, che si incontrano per la prima volta, appartengono a mondi lontanissimi: sia per la distanza generazionale, circa settant’anni di differenza, sia per quella geografica e quindi culturale. Nico non ha mai visto la Sicilia: dal moderno nord si ritrova improvvisamente calato in una terra ancora fortemente legata alle tradizioni, in cui si sente subito a disagio.
L’impatto è ruvido: non c’è il wi-fi, manca l’aria condizionata, il cibo è stranamente elaborato e la severità di Gela non aiuta. In più i bambini della zona si mostrano ostili nei confronti del nuovo arrivato e nel grande condominio signorile in cui alloggia si sentono strani rumori, si dice ci siano degli spiriti malevoli.
Partendo dalla solida struttura narrativa dell’adulto e del bambino che, superate le ostilità e la diffidenza l’uno per l’altro, sviluppano una tenerezza quasi materna, Gioia mia si permette un respiro ampio e dilatato che restituisce un’immagine sensibile e delicata della Sicilia. Gli spazi raccontati da Spampinato, comunicano un mondo cristallizzato nel tempo, dove si cerca in tutti i modi di non fare entrare la luce.
La casa di Gela, infatti, riflette l’animo contrito e rigido, ma non per questo mancante di ironia, della sua padrona, che per sfuggire al passato vi è rimasta imbrigliata, tanto da respingere la luce e arrabbiarsi quando Nico decide di alzare le persiane. Una caverna di Platone dove pur di rifiutare la verità si inseguono gli spettri e la fede.
Serve l’intervento di una figura esterna, un occhio estraneo, sorpreso e, magari, sacrilego e indisponente, per sollevare quel velo di menzogna. Dietro le immagini magnetiche di Gioia mia, dietro il fascino solare della Sicilia si cela, ancora sanguinolenta, la ferita di una cultura bigotta che tiene prigionieri tanto le menti quanto i corpi degli individui. Un lato tetro con il quale è necessario fare i conti.
A poco a poco gli spazi si riducono e le distanze tra Gela e Nico si assottigliano e Spampinato lo racconta con una dolcezza infinita fatta di silenzi, di piccoli gesti e di sguardi negati. La scelta radicale di usare soltanto la macchina a spalle anche per inquadrature che di norma richiederebbero un cavalletto permette di stare ancora più vicini ai personaggi, di sentirsi parte della narrazione. Il rapporto tra i due muta anche rispetto al mutare della loro interazione con gli spazi di quella casa che, da prigione ostile, diventa progressivamente un luogo sicuro e di conforto.
Affascina anche lo spazio che circonda la casa di Gela, caratterizzato da un grande condominio signorile a più piani con un cortile in mezzo, campo di gioco preferito dai bambini e unico luogo sempre irradiato dal sole. Attorno si proiettano decine di grandi appartamenti in cui i bambini, guidati dalla spericolata Rosa (Martina Ziami), si introducono di soppiatto. Come avventurieri esplorano gli appartamenti vetusti, tutti ugualmente ostaggio del buio. Attorno a loro soltanto anziane signore impegnate nella loro routine tra la chiesa, le carte e i tarocchi.
Domina l’atmosfera del ricordo, la sensazione di piacere che si rivolge alle vacanze d’infanzia, agli strani mobili di casa di nonna pieni di cassetti probabilmente mai aperti da decenni e in cui puntualmente ci si andava a infilare il naso. Ma aleggia anche un senso di mistero, di segreti inconfessati e di superstizione in cui ogni angolo sembra celare qualcosa, ogni rumore sembra provenire da un’altra dimensione.
Gioia mia di Margherita Spampinato è un film delizioso che sfrutta i topoi del racconto di formazione per costruire qualcosa di nuovo, di fresco e all’apparenza semplice.