Col tempo Jim Jarmusch ci ha abituato ad un cinema focalizzato sui silenzi, basato molto più sul vedere che sul sentire, nonostante le sceneggiature spesso elaborate e il grande impegno dedicato alle musiche. In tal senso Father Mother Sister Brother si colloca perfettamente in questo percorso, seppur con tanti difetti e senza raggiungere i picchi delle carriera del regista, con tre racconti in cui le battute non hanno quasi nessuna rilevanza e tutto ruota attorno ai silenzi, alle smorfie, agli oggetti che si frappongono tra i personaggi.
Dopo le incursioni nel cinema di genere con Solo gli amanti sopravvivono e il vituperato, a torto, I morti non muoiono, Jarmusch ritorna al racconto dell’ordinario e lo fa recuperando la struttura a episodi già ampiamente sperimentata con gran successo in Coffee and Cigarettes, Mystery Train e Tassisti di notte. Qui, a differenza di questi lavori risalenti ormai a più di vent’anni fa, tenta qualcosa di più ardito. Nonostante Jarmusch inserisca tantissimi leitmotiv, come le apparizioni epifaniche degli skater, la vera omogeneità del film è squisitamente narrativa, infatti i tre racconti si completano tematicamente l’uno con l’altro.
In maniera differente nei tre episodi si raccontano momenti di ricongiungimento familiare tra figli ormai adulti e genitori. In tutti e tre la dinamica familiare è solo un contenitore entro il quale prende vita, con ironia e in alcuni momenti brillantezza di sceneggiatura, il labile confine tra verità e menzogna, tra la falsità del linguaggio verbale e la sincerità plateale di quello del corpo. Si tratta dell’universale disputa tra l’essere e l’apparire, in questo caso di un genitore davanti agli occhi dei figli o, viceversa, dei figli davanti agli occhi di un genitore.
Non è un caso che Father, il primo episodio, inizi con Tom Waits, che interpreta il padre, intento a modificare l’aspetto del suo salotto prima dell’arrivo dei figli. Allo stesso modo in Mother, il secondo episodio, Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps) tentano di celare il loro vero volto di fronte allo sguardo giudicante della madre (Charlotte Rampling) che sbatte loro in faccia i suoi successi senza il bisogno di dire una singola parola. In entrambi i casi sono i gesti e i silenzi ad essere preponderanti, a scolpire l’imbarazzo di famiglie che esistono solo perché ci sono dei certificati a dichiararlo, ma che sono formate da perfetti estranei.
Sister Brother, l’ultimo episodio, sembra quasi fuori posto rispetto agli altri due. Mentre Father e Mother rivelano rapporti ipocriti e artificiali, Sister Brother, in maniera apparentemente dissonante, chiude il cerchio, raccontando un rapporto autentico di complicità tra fratello e sorella e, allo stesso tempo, un’elaborazione vera del passato.
Nonostante una regia tutto sommato quadrata, arricchita da idee compositive semplici e raffinate, come l’utilizzo del vaso coi fiori che impedisce ai personaggi di vedersi tra loro nel secondo episodio, Father Mother Sister Brother è un film insipido e spesso fuori fuoco. Non sorprende che Jarmusch, come non aveva mai fatto prima, abbia cercato aiuto nell’immaginario dei suoi vecchi film. Sono tantissimi, per esempio, i riferimenti a Coffee and Cigarettes con il plongee sui tavolini imbanditi di tè o caffè. L’impressione è che abbia cercato di dare sostanza ad un film altrimenti povero che esaurisce il suo discorso e la sua spinta già con il primo episodio.
Un altro elemento cacofonico è la ricerca insistita di un linguaggio poetico spesso forzato fino al ridicolo. Un esempio sono le già citate e inspiegabili irruzioni degli skater che attraversano la strada in slow motion di fronte allo sguardo sognante di alcuni personaggi in ogni episodio o la strana scena del caffè in Sister Brother. Sono momenti distraenti che rendono il tutto posticcio, talvolta fino al ridicolo.
Father Mother Sister Brother è in conclusione un film mesto e mal ponderato, forse fin dalla sceneggiatura, seppur presenti tante belle idee e abbia avuto sicuramente grosse beghe produttive, visto che ogni episodio è stato girato in una nazione diversa. I problemi produttivi, che hanno portato anche all’uso del green screen, probabilmente per comodità, per le riprese in auto, non sono però una giustificazione e da Jarmusch ci si aspetta sicuramente qualcosa di più. Lascia perplessi come di fronte ad una carriera così ricca come quella del regista americano il Leone d’oro sia arrivato proprio per una delle sue opere meno interessanti.