Da bambini, le possibilità della vita ci sembrano infinite: nessun desiderio appare irrealizzabile, nessun traguardo irraggiungibile. Crescendo, però, per la maggior parte delle persone la quotidianità si riduce a una sequenza ordinaria di eventi, regolata da ritmi sociali codificati, fatta di obiettivi realistici e inevitabili compromessi. Non per Marty Mauser. Lui ha sempre saputo di voler lasciare un segno nella Storia, e, a ventitré anni, una pallina arancione e una racchetta da ping-pong potrebbero davvero trasformare quell’ambizione in realtà, consegnando la sua esistenza all’immortalità.
Dalla mente di Josh Safdie, con una sceneggiatura scritta a quattro mani insieme a Ronald Bronstein, liberamente ispirata alla figura del giocatore di tennistavolo Marty Reisman, nasce Marty Supreme: non solo un film sportivo, e nemmeno un biopic, ma il frenetico sogno di un folle, che non ha nemmeno una chiara idea di cosa stia esattamente sognando, eppure sa di volere sognare in grande.
Se le immacolate scenografie di Jack Fisk, impresse su pellicola 35mm da Darius Khondji, ricostruiscono con precisione la New York degli anni Cinquanta, la colonna sonora, che alterna brani anni Ottanta alle composizioni originali di Daniel Lopatin, dominate da synth e sonorità elettroniche, introduce invece una frattura temporale, spostando la narrazione in una dimensione sospesa tra presente e futuro.
Lungo tutto il film, Marty pare inseguire quella musica, correndo così veloce da lasciare indietro se stesso, come le ombre dei personaggi dei cartoni animati, tanto è focalizzato nel raggiungere la prossima, grandiosa, invincibile, versione di sè. Con ogni successo, non importa se ottenuto per il rotto della cuffia, ingannando qualcuno, o negando la realtà dei fatti, si cementa in lui l’idea di non potere fisicamente fallire. E, come tutti gli stronzetti determinati sulla faccia della terra, convinti di avere l’universo dalla loro parte e abbastanza faccia tosta per far credere anche agli altri che sia così, Marty Mauser è effettivamente infallibile.
A questa fede incrollabile nel trionfo personale si aggiunge un fardello ancora più ingombrante, storicamente e culturalmente connotato: la responsabilità, in quanto ebreo, di riscattare un popolo intero attraverso il proprio talento, esorcizzata attraverso battute provocatorie, come definirsi “the ultimate product of Hitler’s defeat”. In una straordinaria prova attoriale, allo stesso modo Timothée Chalamet dimostra la forza espressiva e la poliedricità necessarie a sorreggere un personaggio simile, non solo perché il ruolo è stato cucito su misura per lui, ma perché incarna, a tutti gli effetti, un Marty Mauser del XXI secolo.
Anche lui possiede già in sé la chiave per diventare “one of the greats”; ciò che gli manca sono i mezzi per riuscirci, che solo il sistema può offrirgli: un film in cui mostrare le proprie capacità, una campagna di marketing virale, un mito costruito attorno a un ragazzo poco più che trentenne con una carriera già eccezionale. Nulla, né per Chalamet, né per Marty, accade per caso: entrambi sono artefici del proprio destino, strateghi del proprio successo.
Ed è proprio quando il film rischierebbe di immergersi troppo nella hybris del personaggio che quest’ultimo compie un’autentica crescita. Non perché rinunci al proprio sogno, ma perché, nel realizzarlo, comprende quanto la grandezza sia relativa e la Storia immensamente più vasta di quanto avesse immaginato. E forse è un bene che non tutto dipenda da lui. Forse vale davvero la pena vivere per qualcosa di più grande di se stessi.
Forse, anche per il film e per il suo protagonista, in fondo la vera vittoria non è un premio, ma lasciare il segno in chi li guarda.