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“Marty Supreme” speciale II – L’importante è sognare

Marty Supreme presenta un personaggio svantaggiato in partenza, incapace di immaginare altro se non la propria affermazione e che rifiuta categoricamente la disfatta, pur subendo numerose batoste lungo il percorso. Da un lato abbiamo l’accettazione della realtà raccontata con uno sguardo documentaristico e a partire da un documentario (l’anti-Rocky); dall’altro c’è il sogno febbrile, o meglio l’illusione, l’autosuggestione, fino al singhiozzante schianto con la realtà. 

“Marty Supreme” speciale I – La vittoria è relativa

Dalla mente di Josh Safdie, con una sceneggiatura scritta a quattro mani insieme a Ronald Bronstein, liberamente ispirata alla figura del giocatore di tennistavolo Marty Reisman, nasce Marty Supreme: non solo un film sportivo, e nemmeno un biopic, ma il frenetico sogno di un folle, che non ha nemmeno una chiara idea di cosa stia esattamente sognando, eppure sa di volere sognare in grande.

New York e l’uomo precario. Il cinema dei fratelli Safdie

All’inizio c’era Cassavetes. Così è ancora oggi per gran parte della scena underground del cinema newyorkese. Un’influenza comune che ha fatto scuola dando vita a filmografie numerose che, partendo dallo stesso binario, si diramano in altrettanti percorsi differenti. Se così è, ad esempio, per Noah Baumbach che parte da Cassavetes per arrivare a Woody Allen, altrettanto è per Josh e Benny Safdie – newyorkesi doc, classe ’84 e ’86 – ossessionati all’inizio da un cinema del reale, naïf, umano, poetico; spinti negli ultimi anni verso un cinema più narrativo, artefatto, dal consumo frenetico. Partendo, dunque, da Cassavetes (padre putativo dell’intera scena), occupando territori a loro inesplorati sulla scia di Scorsese, rivolti ad un cinema sempre meno povero nei mezzi, come nell’oggetto del loro sguardo.