L’agente segreto, o l’eroe che non c’era. Nella rarefazione endemica di morte e oblio, verità sepolte e struggenti ossessioni che avvolge il film in una spirale di flessuosa e cieca drammaticità, la parvenza più fantasmatica è l’emblema di un titolo che declama quanto poi verrà presto dissolto, che disattende e spiazza, in una premessa non infranta ma rinnovata: nessuna smaccata spy story, nessun agente, un solo mistero, tra i traumi generazionali delle derive autoritarie, i rimossi della nostra civiltà.
Pur in fuga e sotto copertura, non ingrana avventurose sottotrame il protagonista, l’irreprensibile ingegnere Armando Solimões (Wagner Moura), refrattario alla psychologie du rôle del genere più classico, come del resto era una farsesca smentita Jean-Paul Belmondo nel citato Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (1973) di Philippe de Broca.
Tra rievocazione storica e cinefilia filologica immerse nei Seventies, Kleber Mendonça Filho, dopo Aquarius (2016) e Bacurau (2019), fa sedimentare nel suo quarto lungometraggio di finzione un’anima bifasica, di ispirazioni e ambizioni opposte e compenetranti; instilla un affresco sociale in una miniatura dal respiro romanzesco che è un Giano Bifronte, compresso tra un passato da denunciare e un futuro che è già presente, di cui è allegoria un gatto domestico-chimera, dal doppio muso.
Brasile 1977, la cui dittatura militare viene inquadrata non con gli stilemi di una sofferta e lucida memorialistica famigliare che spazia, per sineddoche, in una panoramica su un paese resiliente (Io sono ancora qui di Walter Salles, 2024), ma nella perturbante forza espressiva dei recessi di un’ordinaria ingiustizia, da cui il film estrapola la sistematicità del male: l’indifferenza avida e laida delle istituzioni, la fugace corruzione, l’empio equivoco di scambiare un ebreo per un ex nazista, il carisma scavato dei comprimari nel ruolo di oppositori al regime, in una polifonia di ispirato casting dove un gesto o un primo piano fa tentennare cicatrici aperte, come in un mosaico umano della Storia.
Il viaggio di Armando (un Wagner Moura garbatamente romantico) a Recife per raggiungere il figlioletto e la sua permanenza in incognito, con i sicari di un imprenditore malavitoso alle calcagna, si discosta dai meccanismi dietro l’angolo del mafia movie, del thriller, del western moderno, per svelare, con una cinepresa austera solo in apparenza, l’opera al nero di ciascun autoritarismo, dove l’identità coincide con la memoria, la paranoia con la verità e il sacrificio estremo con l’amore.
E se la riappropriazione del passato e il suo riscatto dagli spettri illiberali, allora come oggi, impone una mediazione formale e un distanziamento critico, il filtro privilegiato qui è quello della macchina-cinema, con il filone impegnato degli anni Settanta che intacca sia l’estetica più scenica con la sua cromatura vintage sia la manifesta semantica dell’insicurezza e della minaccia, dalle parti di Coppola e De Palma.
Ma ecco che subentra un altro corpus filmico ancor più seminale, il blockbuster d’antan: Lo squalo (1975) di Steven Spielberg e Il presagio (1976) di Richard Donner (in cartellone nella sala in cui è proiezionista il suocero del protagonista), che, modulando con metaforico tratto alcune sequenze, sanciscono qualcosa di più di un’affettuosa consacrazione di ogni espressione filmica (da parte di un regista ex-critico): sublimano la nostalgica aura di L’agente segreto oltre la sontuosa fattezza del divertissement militante.
Cinema come precursore della vita stessa e sua predizione (A Profecia è il titolo brasiliano del film di Donner), che squarcia le affabulazioni dei falsi governanti e rivendica, seppur tra le macerie della rassegnazione dei sopravvissuti, la sua coscienza politica come atto di memoria e intelligenza emotiva (“ricordi meglio tu mio padre di me”, dirà il figlio di Armando a una studiosa sulle tracce del padre). Mentre nel 1977 le istituzioni colluse si ispirano goffamente a Lo squalo per simulare un fattaccio di cronaca nera, Mendonça Filho fa scaturire nell’oggi, da un dipartimento di ricerca storica, la vicenda del suo ingegnere dissidente, contro le tenaglie narrative del biografismo d’invenzione.
Forse è proprio questo, con una licenza poetica, l’agente segreto del camuffato titolo, la possibilità del cinema di agire attraverso l’immaginario, proprio e altrui, con i suoi trucchi e nessun inganno, per interrogare il sentire civile, nelle segrete stanze di una regia che offre ben più di quanto prometta, nel suo congeniale e calibrato mélange tra l’intimità e il sociale, tra grana autoriale e incursioni più popolari.