“La più grande storia d’amore di tutti i tempi” - così ci promette il trailer di Cime Tempestose di Emerald Fennell - inizia con dei gemiti fuori campo, non si sa se di dolore o di piacere, che velocemente catapultano lo spettatore dentro a una scena di impiccagione di piazza. Qui eros e thanatos infiammano la folla e arrivano - attraverso gli occhi dei bambini che assistono allo spettacolo - nella solitaria e nebbiosa brughiera inglese di inizio Ottocento.

Siamo nello Yorkshire del Cime Tempestose di Emily Brontë, rivisitato con tratti pop e surreali dalla regista Emerald Fennell, dove la musica di Charli XCX si alterna a torrenti rosso sangue e dove la casa di Wuthering Heights è un insieme di buchi neri, stretti fra rocce appuntite e un monolite fatto ad arco, mentre quella dei vicini di Thrushcross Grange risplende di bianco e d'azzurro.

Come in gran parte delle trasposizioni precedenti  - da quella di William Wyler del 1939 alla più recente di Andrea Arnold del 2011 - anche in questa Fennell si dedica solo alla prima parte del romanzo, quella che vede Catherine Earnshaw e il fratellastro Heathcliff crescere insieme, prima come amici inseparabili e poi come innamorati simbiotici, divisi da differenze sociali, matrimoni di convenienza, lutti e impazzimenti vari, ma uniti per sempre da un amore che trascende la vita e la morte.

Questo Cime tempestose arriva sul grande schermo per San Valentino, dopo un lungo battage pubblicitario, iniziato nel 2024 con l’annuncio del film diretto dalla regista britannica e proseguito l’anno successivo con la diffusione di un sensuale e chiacchierato trailer con protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi. A gennaio di quest’anno risale invece l’uscita del poster pubblicitario, che riprende i due divi in una posa ispirata a Via col Vento e che riporta il titolo “Cime Tempestose” fra virgolette.

“Per me  - ha dichiarato la regista - non si può adattare un libro così denso, complicato e difficile come questo. Non posso dire che sto girando Cime Tempestose. Non è possibile. Quello che posso dire è che sto creando una versione di esso. C'è una versione che ricordo di aver letto che non è del tutto reale. E c'è una versione in cui volevo che accadessero cose che non sono mai successe. E così è "Cime Tempestose", con le virgolette".

Senza questa premessa è difficile parlare di un film che da un lato si pone come trasposizione cinematografica del celebre romanzo ma dall’altro se ne discosta apertamente, rivendicando una rilettura romantica dalle caratteristiche simili alla fan fiction. Da questa doppia natura nasce forse l’improvvisa ribalta di un romanzo di quasi due secoli fa, che ha scatenato una sorta di Cime-mania con tanto di coinvolgimento social ed editoriale: book club a tema, tutorial per i più giovani su come affrontare la lettura di un testo ottocentesco, genealogie della casa Earnshaw come se piovesse, mappe letterarie, fino alla nuova riedizione italiana del libro la cui copertina replica il poster del film.

L’assoluta liceità di questa operazione di Emerald Fennell, che decide di discostarsi dal romanzo originale dando una versione pop e soft core del testo della Brontë (con un approccio simile ai suoi precedenti Una donna promettente e Saltburn) non equivale però alla sua automatica riuscita.
Il film inizia con una prima parte, in cui viene reso in modo abbastanza efficace il clima violento e solitario delle brughiere brontiane, l’affiatamento e il reciproco affetto di Catherine e Heathcliff bambini e un’originale rilettura del personaggio di Nelly Dean - una delle due voci narranti del romanzo nonché ambigua governante di Wuthering Heights - ma nella seconda parte, quando descrive il rapporto fra i protagonisti una volta cresciuti, si allontana dall’essenza dell’opera in modo quasi incomprensibile.

Qui Fennell tradisce completamente non solo il testo e il genere (non romance, non vittoriano, non gotico e contemporaneamente un po’ di tutti insieme) ma anche la natura stessa di Cime Tempestose, che è quanto di più inafferrabile, oscuro, misterioso e immateriale nella storia della letteratura. Tutto il carico di aspirazione al bene e di caduta nel male, di amore e di odio, di vendetta e rivincita, di ribellione sociale e di genere, di ostinati non detti e fraintendimenti, di scelte e tempi sbagliati che troviamo nel romanzo - e che ha ancora fortissime connessioni con la nostra contemporaneità - viene qui sintetizzato in una semplice dinamica di amore romantico che una volta superati gli ostacoli trova un suo compimento felice e carnale, esplicito ed esibito. 

E non bastano le fragole giganti servite col tè, gli occhiali da sole e gli abiti bianchi macchiati di rosso, la carta da pareti che replica le efelidi di Catherine o i camini fatti di calchi di mani  - che ammiccano ad Alice nel paese delle meraviglie, a Dracula, o a Povere creature - ad aprire le porte del perturbante, del surreale o dell’horror, che rimangono sigillate.

Perdendo per strada la natura di un amore che può esistere solo in potenza e non in atto, se non nella violenza e nella morte quindi annientandosi, la lettura della Fennell si svuota, perchè diventa puro romance, simile a uno dei tanti amori contrastati da romanzo rosa, da soap opera o da period drama sentimentale, che pur nella loro piena legittimità sono altro dalla materia trattata da Emily Brontë.

Con questo Cime tempestose assistiamo al divampare della passione, alla messa in evidenza di corpi turgidi, bagnati, frementi, divoranti e divorati dal desiderio. Elementi che se risultavano funzionali nei precedenti film della regista e in particolare in Saltburn, qui paiono invece fini a se stessi o addirittura di impedimento alla trama (alla fine del film, dopo una parentesi di amore felice e consumato, non si capisce nemmeno bene cosa porti Catherine alla pazzia e al letto di morte).

Come scriveva Wirginia Woolf nel 1925 nel suo saggio su Cime tempestose, “L’io è assente [...] C’è l’amore ma non è l’amore degli uomini e delle donne [...] ella volgeva lo sguardo verso un mondo in preda al caos”. Il film di Fennell è invece pieno di io, di amore uomo-donna e completamente privo di caos. Nel romanzo uno dei fattori scatenanti di questo caos è Heathcliff, un trovatello dalla pelle scura e dai tratti selvaggi, dall'indole fiera e ribelle e allevato come un servo, che una volta divenuto adulto si vendica in modo violento del suo ruolo sociale mancato e dell’amore perduto. Dal desiderio di un amore puro e assoluto, lui e Catherine piombano e si invischiano in quelli che Georges Bataille definiva gli “abissi del male”.

Jacob Elordi - bianco, bello, sexy ed ammiccante - fatica a far emergere la diversità, l’oscurità e la malvagità di cui si nutre il personaggio della Brontë, così come Margot Robbie, splendida trentacinquenne, fatica a incarnare la freschezza e l’ingenuità di una Catherine poco più che adolescente. Quello dei corpi, del loro utilizzo, della loro percezione è un tema quanto mai importante per la trasposizione di un romanzo come quello di Cime Tempestose, opera in cui  - come avevano ben intuito Virginia Woolf un secolo esatto fa e Kate Bush quasi 50 anni fa - la corporeità tende via via a sparire, sostituita da una presenza fantasmagorica.

“È come se Emily - scrive Virginia Woolf -  potesse fare a pezzi tutti i parametri di conoscenza degli esseri umani per poi infondere a quelle irriconoscibili trasparenze un tale soffio di vita da portarle a trascendere la realtà. Il suo è dunque il piú raro dei doni: liberare la vita dalla sua dipendenza dai fatti; con pochi tratti, suggerire lo spirito di un viso sí da rendere inutile il corpo; parlando della brughiera, farci sentire il soffio del vento e il boato del tuono.”

Fennell invece non frantuma le identità ma le appiattisce, non trascende la realtà ma ci si immerge, non libera la vita dalla sua dipendenza dai fatti ma la annega in essa, cancella gli spiriti e i fantasmi e rende evidenti e indispensabili i corpi, fotografa una sua personale brughiera ma non riesce mai a farci sentire il soffio del vento né il boato del tuono.