L’ubiquità è sicuramente l’attributo del divino che, in maniera evidente e tanto più conclamata rispetto ad altri, appartiene alle star del nostro tempo (e già nel suo libro del ’57 Edgar Morin spiegava benissimo come funzionasse questa caratterizzazione olimpica dei divi, unici possibili “miti d’oggi”). La stagione cinematografica in corso è un esempio talmente manualistico di questo puro e semplice fatto, oramai quasi stucchevole nella sua leggibilità, da spingerci a chiedere se valga ancora la pena industriarsi a battezzare nuove categorie per definirne processi e paralisi.
Ogni etichetta socio-antrolopogica pronta all’uso – cioè ogni timido tentativo di critica della cultura pop dall’interno – assomiglia sempre più a un “contenuto” ideato per l’occasione da un art director o da un production designer, quando non direttamente da un social media manager; anzi, in quanto indistinguibili dagli altri contents che circolano sugli stessi canali, direi che le nostre brillanti e ironiche analisi (compresa questa) sembrano rientrare nell’ambito di una strategia comunicativa pianificata da altri. È tutto già previsto. D’altronde il dono della profezia si caratterizza come un altro attributo del divino. E sì, tutto questo riguarda il film di Charlie XCX.
Se, infatti, la Brat Summer è durata il tempo di un’estate nel 2024, chissà come dovremo chiamare quest’inverno, o forse l’intero 2026, che ci sembra già così pervaso dalla regina dell’hyperpop, almeno al cinema. Mentre nelle sale di mezzo mondo spopola il gothic kink di Cime tempestose, per cui la "young girl from Essex" ha composto la (notevole, va detto) colonna sonora, dal Sundance e dalla Berlinale arrivano finalmente notizie di The Moment, l’atteso mockumentary di Aidan Zamiri sulla fine del fenomeno Brat.
Già l’anno scorso, in verità, il nome di Charlie era comparso regolarmente nei cast dei festival più importanti e chiacchierati: prima a Toronto per il cammeo in Sacrifice di Romain Gavras e il primo ruolo da protagonista in Erupcja di Peter Ohs, poi a Venezia dove non in molti si sono accorti che c’era anche lei in 100 Nights of a Hero di Julia Jackman, il film di chiusura della SIC. La vedremo e rivedremo nei prossimi film di Gregg Araki e Takashi Miike. Insomma, un (re)mix accortissimo di indie business e politique des auteurs, rispecchiato anche dai suoi “four favourites” su Letterboxd e dalle scelte nel Criterion Closet: in entrambi spicca Céline e Julie vanno in barca di Rivette, non a caso regista di Hurlevent, liberissimo e non virgolettato adattamento di Wuthering Heights quarant’anni prima di quello di Emerald Fenner. Anche questa svolta cinefila era prevista?
Dall’interno di una spontaneità talmente impossibile – non per Charlotte Aitchison ma per il suo alter ego verde acido – è costruito il documentario simulato e molto scrollato di Zamiri (già regista del videoclip di 360), che gioca sin dai primi minuti sull’obbligo (divino) dell’onnipresenza e sulla frenesia della coolness cui Charlie è sottoposta, ottundendo lo schermo di strobo da club e grafiche ammiccanti in altissima definizione.
Si tratta in effetti di una serie di sovraimpressioni in stile tag che intrappolano questa versione ancora più psicoattiva di Charlie nelle tappe di promozione e preparazione del Brat Tour, mentre la sua etichetta la costringe a girare un film-concerto ultra-kitsch – e qui si sprecano le sacrosante stoccate a Taylor Swift – sotto la guida esasperante e puerile di un regista di grido (interpretazione veramente goduriosa di Alexander Skarsgård, chiaramente il sex symbol più autoironico in circolazione). Far durare a ogni costo il ‘momento’ della celebrità globale, vampirizzata da una corte di agenti, assistenti, dirigenti etc., è l’imperativo categorico della cocaine society che qui si fa l’autoritratto, magari non richiesto ma non per questo assolutorio.
L’intero film è intriso di una combinazione dell’oramai proverbiale "A24 look" (camera a mano shakerata, anti-profondità di campo, pellicola sempre e comunque) e dell’estetica HQ lanciata un decennio fa da PC Music, l’etichetta di A. G. Cook, produttore di Brat, autore della colonna sonora di The Moment e soprattutto alfiere del nuovo britpop, palpitante e plasticheggiante. Ma dalla patina glitchcore al puntinismo musicale in cassa dritta, dalla comparsata di Kylie Jenner e Julia Fox alla recitazione volutamente improbabile dei finti-veri-finti amici nell’entourage della “protagonista”, ogni curatissimo elemento della sceneggiatura di Bertie Brandes e della messa in scena esagitata di Zamiri converge, secondo una formulazione indubbiamente e magari troppo coerente, verso l’intuizione decisiva del film – che, come spesso accade con i prodotti dell’industria culturale che si auto-parodia, risulta da un lato troppo intelligente per essere del tutto onesta, dall’altro sfacciata e a suo modo contagiosa.
The Moment, divertendosi a ridicolizzare con ricercata superficialità l’angoscia ossessiva al fondo dello stardom contemporaneo, assume come propria traiettoria strutturale la parabola emotiva di qualunque party-goer in piena crisi da serotonina: all’euforia collettiva e all’eccitazione carnale subentrano prima impercettibilmente poi con disperante prepotenza la perdita di contatto con la realtà e il terrore di tornare alla normalità, alla vita quotidiana, trasformando il film stesso in un incubo nichilista, quasi un memento mori.
Ancora una volta è tutto previsto, anche che ogni festa prima o poi debba finire. Per quanto pianificato al limite dell’iperstimolazione, The Moment è un esempio intossicante di film-after, e per ora mi risulta sia l’unico in circolazione (oltre che un pregevole antidoto alla miriade di film-evento delle popstar della porta accanto e dei biopic agiografici prodotti in catena di montaggio). Meglio tenerselo così com’è, e accettare da Charlie XCX un’involontaria e per questo ammirevole lezione su come fare i conti con le paure peggiori trattandole al pari di distrazioni passeggere, in attesa della prossima festa. Anche perché dopo l’after, rischia di esserci solo la morte.