Negli stessi anni in cui i tossicomani di Drugstore Cowboy, il fumettista paraplegico di Don’t worry e il militante omosessuale eponimo di Milk popolavano le strade di Portland e San Francisco sulla costa occidentale degli Stati Uniti, quelle di Indianapolis, rilassate quotidianamente dalla voce nera del dj radiofonico Fred Temple, assistevano al rapimento di Richard Hall, vice-direttore di una grossa società di erogazione mutui, per mano di Tony Kiritsis, uomo qualunque pesantemente indebitato con la compagnia.

Gus Van Sant torna con Il filo del ricatto nel decennio che con gli anni Novanta dei giovani grunge di Seattle e Columbine più lo rappresenta, cucendo idealmente i due sentieri filmici del suo cinema grazie ai volti di Kelly Lynch, la Dianne di Drugstore Cowboy (1989), nel mini-ruolo della madre del rapito e di uno dei ragazzi di Elephant (2003), oggi adulto, come cameraman al lavoro con una collega giornalista. Il suo personale debito verso il cinema prodotto e ambientato in quella decade è poi saldato dalla più che ironica presenza di Al Pacino nel ruolo del direttore della società sotto scacco, specularmente opposto a quello che lo vide nel 1975 rapinatore della banca in Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, modello cinematografico cui è rivolto qui lo sguardo di Van Sant.

A entrare armato nell’istituto di credito in apertura della sua ultima fatica è il Kiritsis di Bill Skarsgård, come il Wortzik di Pacino e Lumet protagonista di un evento realmente accaduto, seguìto per alcuni giorni in diretta tv nazionale durante il febbraio del 1977. Lo conosciamo attraverso i suoi occhi impauriti e nervosi mentre al volante della sua auto si reca di prima mattina alla Meridian Mortgage, sotto il cielo azzurro di Indianapolis attraversato da quelle nuvole in movimento che Van Sant continua a cogliere film dopo film con ripetuta suggestione, si staglino queste sui panorami dell’Idaho, del deserto o della capitale dell’Indiana.

È al loro ritmo pacato, scandito dal soul e dalla disco dell’epoca, che l’autore adatta i tempi della sua narrazione, contraddicendo una trama di azione e tensione per vestirla di nostalgia e tenerezza verso un’America ancora innocente. Rappresentata da un criminale infantile e innocuo, uomo del popolo portato a sbroccare da una vita da invisibile e da paranoico figlio di una comunità cui vuole continuare a rivolgersi con dignità e parole pulite, quell’America sta facendo germogliare in sé le forze di rapacità finanziaria e assalto mediatico inumano che esploderanno sotto nuove incontrollabili spoglie nella crisi del 2008 e nell’uso dei mezzi di comunicazione fino alla piatta era social odierna. Sullo sfondo, un contesto politico virato globalmente da un’idea sana e misericordiosa dell’individuo e della società che lo deve attorniare alla realtà frantumata e indecifrabile di oggi cavalcata da chi sappiamo.

E se la ricostruzione di quegli anni in arredi, abiti ed edifici è talmente millimetrica da sfidare le immagini di repertorio riprese dalle televisioni sulle strade di Indianapolis e nel giardino del condominio di Kiritsis, cui si fa omaggio replicandole nella finzione e proponendole in originale sui titoli di coda, è anche agli effetti di un tempo in cui esistevano reati gravi e al contempo inoffensivi che si guarda con occhio malinconico. 

Il trauma odierno non è nato lì: lì è stato solo scagionato per incapacità di intendere e di volere.