“Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre”, disse uno dei pilastri della letteratura del Novecento, lo scrittore premio Nobel nel 1957, Albert Camus. Non si può dire lo stesso per Meursault, il grigio e apatico impiegato, protagonista del romanzo caposaldo della letteratura francese e mondiale, Lo straniero (1942), processato per aver ucciso un arabo, o forse per non aver pianto al funerale della madre.
Ci aveva già provato Luchino Visconti nel 1967 ad affrontare l’ardua impresa di trasporre in immagini in movimento un’opera la cui natura sospesa e rarefatta, come l’enigma esistenziale incarnato dal suo personaggio, risulta difficile da afferrare. Considerato il peggior film del grande regista milanese, il risultato è un adattamento posato e rispettoso dell’opera di Camus, forse più affine alle tematiche esistenziali e alla cinematografia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni che al decadentismo viscontiano.
Al posto del celebre volto, troppo affabile e adulto, di Marcello Mastroianni (non a caso il favorito di Visconti era il più algido e imperturbabile Alain Delon) e l’icona della Nouvelle Vague francese Anna Karina, in questo nuovo adattamento de Lo straniero di Camus, diretto dal prolifico regista francese François Ozon, abbiamo il volto più acerbo di Benjamin Voisin – già oggetto del desiderio nel dramma estivo Estate ’85 (2020) – e Rebecca Marder ad interpretare Marie, direttamente dal precedente Mon Crime – La colpevole sono io (2023) dello stesso regista.
Ozon, noto per la sua irriverenza sessuale e per i toni grotteschi, firma un adattamento forse fin troppo cauto, non strabordando mai fuori dai margini, per mantenere uno sguardo il più possibile reverenziale nei confronti del testo originale. Dopo una prima parte quasi muta, anche Ozon, come il suo predecessore, china il capo a Camus e cede alla tentazione di far parlare la sua penna attraverso la voce fuori campo, invece di affidarsi completamente al linguaggio filmico.
Attento al testo, a non sporcarlo e a non tradirlo, il regista opta per uno stile più sobrio ed elegante, tornando all’estetismo calligrafico del bianco e nero di Frantz (2016). Se da un lato questa scelta stilistica e fotografica mette in risalto il distacco algido di Meursault, la sensazione di straniamento e i grandi temi filosofici, a venir meno è quella patina febbrile del caldo cocente algerino, quel sole accecante che pare essere proprio la causa della disgrazia.
“Dio è morto”, sembra dirci Meursault, come l’uomo folle al mercato nel celebre aforisma apocalittico di Friedrich Nietzsche, durante l’incontro col prete (Swann Arlaud), unico momento in cui possiamo intravedere un sussulto emotivo in un corpo che improvvisamente si desta dal torpore e che appare segnato da una sofferenza sacrale. Straniero al mondo e a sé stesso, apatico e indifferente, egli denuncia la perdita di senso di un’esistenza alienata, vissuta nella completa indifferenza.
Ozon trova in Benjamin Voisin – con il labbro pronunciato dell’antieroe della Nouvelle Vague Jen-Paul Belmondo, lo stoicismo del Delon dei polar di Melville e il broncio puerile, come la sua controparte hollywoodiana Jacob Elordi – il corpo attoriale ideale per incarnare il vuoto; un profeta del nichilismo, un anticristo che preannuncia l’eclisse dei sentimenti nella società occidentale. Un inetto sveviano, volto annoiato, corpo assente, maschera di pietra, verità nuda che rispecchia alla società la sua stessa ipocrisia e il volto bifronte, colonialista e suprematista dell’Occidente.
È per questo eccesso di sincerità e scandalosa trasparenza, non certo per aver ucciso un arabo, che Meursault non può che essere punito da una società che non perdona l’assenza di performatività emotiva. Attraverso Camus, François Ozon ci invita a specchiarci, come fa ripetutamente il suo Meursault, alla ricerca della nostra ombra, di un riflesso sfocato, di una conferma di esistenza, perché, in fondo, gli stranieri siamo noi.