“Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti” recita Anthony Hopkins, appena prima di compiere uno dei gesti più iconici del cinema thriller degli anni Novanta: un semplice movimento delle labbra e una leggerissima emissione di suono riescono a trasmettere tutta la complessità di un personaggio quale Hannibal Lecter, una piccolissima azione in cui convergono tutti i grandi temi del film – desiderio, fame, violenza, terrore.

Nonostante Hopkins appaia in scena per soli venticinque minuti, la sua presenza nel film è costante. Ogni sua battuta ed espressione del corpo restano cristallizzate nella mente dello spettatore, trasformando l’opera in un complesso intreccio di ciò che è visibile sullo schermo (i crimini, le indagini dell’FBI, il profiling dell’assassino) e un forte senso di turbamento che la recitazione di Hopkins alimenta per tutto il film.

Il silenzio degli innocenti è, innanzitutto, una formidabile prova attoriale. Pensando al lungometraggio, la prima cosa che viene in mente, ancora prima di Buffalo Bill e dei vestiti fatti in pelle umana, sono i colloqui tra il Dottor Lecter e l’agente Clarice Starling (Jodie Foster). La loro chimica – qui non intesa come potenziale amoroso, ma piuttosto sinergia attoriale – è tale da far scordare, per un momento, l’esistenza di un sequel e due prequel.

Nonostante l’innegabile bravura di Julianne Moore (Hannibal), Edward Norton (Red Dragon) e Gaspard Ulliel (Hannibal Lecter – Le origini del male), l’accoppiata Hopkins-Foster catalizza l’interesse e l’attenzione dello spettatore con una tale forza da non lasciare quasi spazio per memorizzare altre, notevoli, interpretazioni. Oltre che da un’ottima scelta di casting, il successo di questa coppia attoriale è un inevitabile sintomo della magistrale sceneggiatura di Ted Tally, il quale ha rielaborato il romanzo omonimo di Thomas Harris e dato vita a un classico del poliziesco senza precedenti.

L’immagine del Dottor Lecter, con la tuta arancione da carcerato e con indosso una maschera-museruola è incastonata nei pensieri sia di chi ben conosce il film che di chi non la mai visto. C’è qualcosa di iconico e travolgente nell’immagine di Hopkins, capace di lasciare un segno nell’immaginario comune di fan dei thriller e non. Immaginario in cui è ben cristallizzato un altro elemento visivo: la locandina de Il silenzio degli innocenti, la quale ritrae il viso di Jodie Foster in bianco e nero, dove però la bocca è sostituita da un particolare falena.

Sul dorso della Acherontia atropos è infatti presente un motivo simile a un teschio umano, ma guardando più profondamente ci si rende presto conto che in realtà il teschio presente sulla locandina del film altro non è che l’opera In voluptas mors realizzata da Salvador Dalì e dal fotografo Philippe Halsman; l’opera ritrae sette donne i cui corpi nudi sono disposti per generare l’illusione di un teschio, un rimando al piacere che i soggetti coinvolti nella trama del film traggono dalla morte altrui, piacere percepito tramite la bocca – per Hannibal – e la manipolazione dei corpi nudi – per Buffalo Bill.

Un piacere che Clarice e Hannibal soddisfano tramite i propri colloqui, in un’oscura dinamica di timore, sadismo, cura dell’altro, irreprensibilità e coraggio. L’immagine della locandina e quella del Dottor Lecter incarcerato si sovrappongono e, dove uno indossa la maschera, l’altra mostra la falena, in un parallelismo che ancora una volta sottolinea l’impatto disarmante che il duo Hopkins-Foster ha avuto e avrà sulla memoria degli spettatori.