“Di Daniele Dominici personalmente ho solo un vago ricordo. L'avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte...” Comincia così il manoscritto del romanzo Gabbiani d'inverno che Valerio Zurlini scrive tra il 27 marzo e il 27 aprile 1971 (48 pagine). Conservato nel Fondo Zurlini della Biblioteca “Renzo Renzi”, è scritto con grafia minuta, con stilografica marrone, con poche correzioni, soprattutto tagli. La versione dattiloscritta accoglie queste variazioni e conta 134 pagine. La grafia è effettivamente minuta.
Quindi, sempre nel fondo Zurlini, c'è una sceneggiatura non firmata, con la scritta "Prima stesura" (d'ora in poi PS), composta da 62 scene per 206 pagine a cui mancano un paio di pagine del finale. Non è dato sapere se questa stesura si chiamasse già La prima notte di quiete, ma questo è il titolo con cui poi uscirà il film.
Dal romanzo alla PS cambiano diverse cose. Il “ragno”, bello, biondo e ricco, è uno degli studenti di Dominici. In PS acquista qualche anno in più e il soprannome di Spyder (nel film sarà interpretato da Giancarlo Giannini). Gli studenti stessi da gruppo anonimo di debosciati provinciali si trasformano in attivisti politici. Ma l'aggiunta più evidente sono le citazioni letterarie. A lezione Dominici recita una poesia di monsignor Della Casa, quella che inizia con “O sonno, o della queta, umida, ombrosa notte”. Ma con un errore: al posto di “queta” dice “dolce”. Che in un film intitolato La prima notte di quiete è una sostituzione quantomeno singolare.
Ci sono anche altre due poesie recitate fuoricampo da Dominici (attribuibili probabilmente a lui) che poi nel film ci vengono misericordiosamente risparmiate. Infine c'è tutto il versante Stendhal. Nel romanzo e nella PS viene introdotto con uno scambio di battute secco e un po' infelice: “Come ti chiami?/Vanina/Chi ama Stendhal, dei tuoi genitori?”. Che è un po' come dire: quale spettatore volete che ignori che Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal, ha scritto un racconto lungo intitolato Vanina Vanini? Nel film poi la battuta verrà sostituita e addolcita con un “C'è un famoso romanzo ecc...”.
E comunque nella PS Vanina Vanini è almeno il libro che Daniele regala alla ragazza. Nel romanzo invece il libro in dono era il Wilhelm Meister di Goethe che non ha nessuna spiegazione se non nel fatto che quello era probabilmente il libro che Zurlini stava leggendo al momento. Cosa che spiegherebbe anche l'attribuzione a Goethe della paternità del titolo del film. Paternità che purtroppo è falsa. Non è dato sapere se ci siano state successive stesure oltre la prima, né quale sia stato l'apporto di Enrico Medioli, già suo co-sceneggiatore per La ragazza con la valigia. Sta di fatto che la produzione, col suo titolo definitivo, parte.
Anche qui cambiano diverse cose. Il loden grigio diventa un iconico cappotto di cammello (quello abitualmente indossato da Zurlini). Il poster di Sergio Endrigo di casa Abati diventa quello di Luigi Tenco. Nella scena in discoteca ascoltiamo Vanoni in Domani è un altro giorno. Abbiamo la visita alla Madonna del Parto (nella PS ne parlava a scuola) di fronte alla quale Dominici cita Dante (Paradiso XXXIII, 1-6) pur sapendo che Dante parlava di Maria e non dell'affresco, visto che alla sua epoca Piero della Francesca non era ancora nato. Lo schianto finale torna ad essere un incidente improvviso e non una sorta di suicidio involontario come nella PS.
E poi in un set invernale, nebbioso, quasi spettrale, malinconico senza rimedio, arrivano un disgustoso Salvo Randone, una volgarissima Alida Valli, un esplosivo Giancarlo Giannini, un perfido Adalberto Maria Merli e una ballerina francese di origine russa di nome Sonia Petrovna. E arriva pure il produttore Alain Delon che coincide considerevolmente con l'attore Alain Delon il quale, a sua volta, assomiglia meravigliosamente a Daniele Dominici.
Di Zurlini Delon indossa tranquillamente il cappotto, ma non gli orientamenti politici. Zurlini era comunista, Delon non esattamente un sincero democratico. Sembra che i due sul set non si siano quasi parlati. Tant'è vero che Delon, tornato a casa e tornato nella parte del produttore, decide di tagliare il film e di rimontarlo.
Il “professorino” diventa così Le professeur e i francesi devono aspettare il restauro fatto nel 2019 da L'immagine ritrovata per vedere finalmente il film di Zurlini. Ma tutto questo non sta né qui né lì. Perché è così che è fatto il cinema. Perché non è per nulla detto che coloro che sono impegnati in una produzione debbano poi andare anche a bere assieme. Perché l'unica realtà è quella che vediamo sullo schermo. Che il regista e il primo attore si siano odiati cordialmente non ha nessuna importanza.
Perché l'unica verità è il film stesso. Perché il cinema non è il riflesso della realtà, ma la realtà di quel riflesso. Come diceva un noto regista francese disgraziatamente scomparso qualche anno fa.