Radu Jude è da considerarsi una sorta di enfant terrible del noul val e Francesco Saverio Marzaduri sottolinea, nel suo recente saggio Fuorionda – Dieci anni difficili di cinema romeno, che “la sua forte volontà di fare cinema politicamente sta nel raccontare il paese, mostrandone i lati oscuri e rinfacciando ai connazionali le ambiguità della propria Storia”.
Ma al contempo lo sguardo politico si spalanca spesso verso l’allegoria grottesca, attraversata da uno humor crudo e irriverente. Sempre Marzaduri sostiene (a proposito del film Sesso sfortunato o follie porno), che “all’idiozia del potere (ottuso) meglio contrattaccare col potere (intelligente) dell’idiozia”.
Il nuovo lavoro di Jude (presentato alla scorsa edizione del Festival di Locarno), rilegge e reinterpreta allegoricamente, e in maniera del tutto arbitraria, il mito di Dracula, restituendone una visione che oltrepassa l’interpretazione di Peppino Ortoleva (Miti a bassa intensità).
Se per Ortoleva il principe delle tenebre si muove da un passato arcano a un passato prossimo, ibridandosi all’umano nel racconto, sottolineando così l’attrito fra mito folk e ibridazione contemporanea, per Jude l’archetipo finisce per sfaldarsi all’interno delle nuove tecnologie, spappolato e rigurgitato dalla volgare potenza manipolatoria dell’intelligenza artificiale.
Il film ci racconta di un autore a corto di idee che dialoga con l’assistente virtuale, il quale genera una sequela di episodi ai limiti dell’assurdo incentrati sul mito vampiresco. Jude compone un’operazione politico-filosofica in cui è sempre presente la storia della Romania, con rimandi diretti al capitalismo (talvolta fin troppo dichiarati) e alla rivoluzione post-Ceausescu, ma trasuda primariamente l’urgenza di crocifiggere l’uso e l’abuso delle IA.
Nella sua mescolanza triviale e sconnessa di linguaggi eterogenei, il pamphlet del cineasta di Bucarest è principalmente una riflessione teorica sulla morte del desiderio dell’immagine filmica, incarnata da un vampiro mutaforme e decadente, ma abitato da una incontenibile voracità sessuale. Il cinema depauperato dall’informatica viene corrotto e contaminato da elementi extrafilmici provenienti dal web (TikTok, OnlyFans, videogiochi, pop-up virus) e raccontato alternando diverse forme narrative che contemplano la barzelletta, la parabola e la parodia.
Dracula di Radu Jude è mosso da una forza pionieristica nella reinvenzione critica del linguaggio audiovisivo, ma la genialità corrosiva di un approccio teorico e semiotico nei confronti del contemporaneo (che abita le intenzioni primarie dell’autore) si manifesta solamente a tratti. L’operazione appare spesso inquinata da una sterilità cerebrale e da una vuota volgarità, complice anche l’eccessiva durata di quasi tre ore.
La sessualità esplicita che apriva (in forma di home movie) e chiudeva (con cadenze fumettistiche) Sesso sfortunato o follie porno, diventa un trito leitmotiv che punteggia sciattamente l’intera girandola di episodi e da oggetto da fustigare impietosamente (icastica allegoria dell’imperante oscenità del linguaggio social e app) diventa stile e forma del film stesso.