A distanza di tre anni dal suo discutibile live action Disney, Peter Pan & Wendy, David Lowery torna al suo cinema d’autore con uno strano dramma da camera, fatto di flashback, concerti variopinti e tanta confusione, seppellendo alcune belle idee originali sotto fiumi di retorica e parole.
Dopo averla tradita, la mega pop star Mother Mary si presenta disperata a casa della sua vecchia amica e talentuosa fashion designer Sam Anselm (Michaela Coel) chiedendole di realizzare un nuovo costume per il suo prossimo ritorno in scena. Infatti viene da quattro anni di ritiro dopo un terribile incidente accadutole sul palco. Nonostante l’evidente rancore per la vecchia amica, Sam accetta, risvegliando e forse esorcizzando vecchi fantasmi.
“La parola è chiarezza” dice Mother Mary nel vano tentativo di spiegare alla vecchia amica come dovesse essere il nuovo costume. Una parola che si addice forse al suddetto costume, ma non sicuramente alla sceneggiatura di David Lowery, caratterizzata da lunghissimi dialoghi prolissi ed elusivi fino alla nausea. Infatti quando lo scambio tra le due donne entra nel vivo le battute si annodano, le parole diventano sempre più astratte e sganciate dalla realtà, perdendosi in una trama di metafore sempre più grottesche, come la fissazione sulle porte o la storia del dente rotto di Sam. Il tutto affrontato dalle due con una sicurezza, una fluidità e un eloquio abbastanza irrealistici.
La direzione è fumosa dall’inizio alla fine e non bastano le debolissime allusioni sessuali che solo alla fine prendono corpo per delineare il rapporto tra le due protagoniste e motivarne la dimensione emotiva. La pop star, interpretata con una certa legnosità da Anne Hathaway, e la stilista Sam non offrono alcuna ragione per giustificare la loro sofferenza, per rendere credibili i loro inconsistenti drammi emotivi. Discutono per quasi un’ora e mezza intervallata da flashback di concerti e ricordi che prendono vita come allucinazioni teatrali, all’interno dello spazio onirico in cui si svolge il confronto, senza comporre mai un conflitto davvero credibile.
Le due concordano sul fatto che Sam abbia definito, grazie ai suoi costumi, il personaggio di Mother Mary, per venire poi messa da parte. Può bastare questo screzio per giustificare un odio viscerale? Forse sì ma David Lowery non ce lo dimostra, alla fine Sam accetta subito la richiesta della cantante e, nonostante il suo apparente machiavellismo non tenta mai realmente di vendicarsi. Piuttosto che mostrare una tensione che cresce, Mother Mary invece si incarta in un botta e risposta non accompagnato fluidamente dalla regia, che non porta realmente dove vorrebbe.
Eppure il materiale c’è. La questione dello spettro come tessuto che compone la trama di un odio viscerale è molto stimolante. Quello che giace sepolto da parole prive di significato e da svolazzi tecnici inutili, seppur molto raffinati, come i numerosi piani sequenza o i momenti metafisici, aveva un grande potenziale, anche in termini orrorifici, appena accennati e mai percorsi davvero. Ma quello che disturba forse ancora di più dell’occasione mancata è che il film si prende estremamente sul serio, producendo, molto spesso, un senso di ridicolo involontario. Fa sorridere, per esempio, l’immenso potere spirituale associato ai normalissimi brani di Mother Mary, scritti per l’occasione da Jack Antonoff e la cantante britannica Charli XCX.
Infine, fa riflettere come in un film che si fonda su un personaggio raccontato come una star paragonabile a Taylor Swift, che dà tanto spazio ai concerti e a coreografie sfavillanti, non dia peso in alcun modo a cosa comporti essere una pop star. Tanto che alla fine il suo esserlo o meno si riduca ad un argomento assolutamente irrilevante, utile solo per sfoggiare qualche elegante carrellata.
Nonostante una produzione tendenzialmente disponibile alla sperimentazione (A24) e l’intrigante materiale artistico, David Lowery crolla, preda delle sue titubanze e della mancanza del coraggio di osare, affondando davvero le mani nella melma che la sua storia avrebbe richiesto. Sono lontani la precisione e il rigore di Ghost Story o anche di un più semplice, ma comunque efficace, Sir Gawain e il cavaliere verde.