Il primo frame di Poison di Todd Haynes mostra dei poliziotti inquadrati con un vistoso grandangolo a simulare lo spioncino di una porta. È l’inizio di un’agitata soggettiva, una fuga di qualcuno che si nasconde all’interno di un appartamento prima di precipitarsi verso una finestra, un tipo di soggettiva che ci ricorda quello del serial killer negli slasher. Nel frattempo il voice over parla di un drammatico caso di cronaca in cui un bambino ha sparato al padre e, secondo la testimonianza della madre, è volato via.
Questo inizio intenso è giusto l’antipasto di un film tanto frammentario quanto coerente e ben amalgamato. Il primo lungometraggio di Todd Haynes è articolato in tre episodi (Hero, Horror e Homo) fittamente intrecciati tra loro e ispirati a tre romanzi di Jean Genet (Notre-Dame des fleurs, Il miracolo della rosa e Il diario del ladro). È convintamente un film d’avanguardia, allo stesso tempo sperimentale e satirico con cui Haynes immerge le mani nel cinema occidentale, nel melodramma hollywoodiano per l’episodio Homo e nel noir per Horror, e li trasforma.
Quei generi che da sempre hanno rappresentato un immaginario fallocentrico e predatorio vengono rivolti contro se stessi sbriciolando le debolezze della maschilità, con l’incapacità maschile di fare i conti col proprio desiderio senza trasformarlo nella violenza più abietta. Hero, dall’altro lato, ha un’impostazione differente, documentarista o televisiva, che guarda direttamente al reale e che fa più da cornice agli altri due segmenti e prende sotto mira un certo modo sensazionalistico di fare cronaca.
Sebbene i tre episodi raccontino storie isolate in formati diversi tra loro, il tema centrale è uno e riguarda la cultura maschile costruita attorno alla prevaricazione e alla violenza. Hero, sotto forma di un finto documentario, radica il film nel presente raccogliendo testimonianze di parenti e conoscenti del bambino di sette anni Richie Beacon, volato via da una finestra e mai più ritrovato, dopo aver ucciso il padre per salvare la madre da una brutale aggressione. Le confessioni offrono uno spaccato di violenza quotidiana e di pedagogia nera raccontata come normalità (un esempio è la naturalezza con cui la madre dice “io lo punivo e suo padre lo picchiava, come tutti i buoni bambini”).
In Horror, Haynes sfrutta l’ambiguità morale del bianco e nero ad alto contrasto proprio del noir per raccontare con un’ironia da black comedy l’errore fatale del brillante dr. Graves, che, distratto dalla bellezza della dottoressa Nancy Olsen, accidentalmente (o forse no), ingerisce la molecola del desiderio sessuale da lui appena sintetizzata. Il composto lo trasforma, ricoprendolo progressivamente di pustole e secrezioni che ricordano il dr. Brundle ne La mosca, e lo rende anche un omicida.
Homo invece va indietro nel tempo, nel 1912, e sposta il focus sul languido desiderio omoerotico del cleptomane John Broom verso Bolton, un ragazzo incontrato anni prima in riformatorio e ritrovato solo adesso in prigione, in uno sporco e buio dramma carcerario che si alterna ai lattiginosi ricordi del riformatorio.
Poison è un film saldamente ancorato all’interno del movimento del cinema queer, movimento che accademicamente è stato categorizzato proprio l’anno dopo la sua uscita nel ‘92 da B. Ruby Rich su "Sight & Sound". Non si tratta però del primo film che tratta questo tipo di tematiche: tra i tanti esempi se ne può trovare uno proprio di Jean Genet del 1950, Un chant d’amour, cui evidentemente Haynes guarda con interesse per la realizzazione dell’episodio Homo, in particolare guardando alla composizione molto simile dei primi piani e alla rappresentazione vivida dei corpi.
A differenza di Genet, però, Haynes racconta una realtà sporca, non solo moralmente per la sua natura violenta e di sopraffazione, ma fisicamente insozzata dalla terra, la polvere e dai liquidi corporei. Questo vale sia per Homo che per Horror dove sulle mani nere, sul sudore e sugli sputi prendono il sopravvento le disgustose secrezioni del dr. Graves, chiaro riferimento all’AIDS.
“Voi siete come me solo che non lo sapete!” tuona a un certo punto disperato il dottore ed è qui che si racchiude anche tutta la disperazione del giovane Haynes verso un mondo che non accetta la semplicità dell’amore e confonde il desiderio col possesso. Questo è un sentimento che caratterizza soprattutto l’Haynes degli anni ‘90 e si può desumere sia dal mediometraggio del 1987 Superstar: The Karen Carpenter Story, sia dal suo film successivo Safe, del 1995, che va in una direzione opposta dal punto di vista formale rispetto a Poison, ma, se possibile, ancora più sconsolante e disperata nel suo stile scientemente prosciugato e rigido. Letta in questo modo la soggettiva iniziale di Poison assume un carattere ben preciso: quello di una fuga senza speranza.