C'è il grande patriarca Gino Moretti, immigrato italiano, che a New York da barbiere è riuscito a diventare addirittura banchiere, chissà in quali reprensibili modi. E c'è una coda di clienti-questuanti, davanti al suo ufficio da re dell'East Side, dove ci si rimette alle sue bizze e simpatie da vero sovrano. Ci sono poi i quattro figli, alla sua corte, tutti al lavoro presso il padre che riconosce però meriti e talento solo a Max, l'unico che ha studiato diventando avvocato, e tratta gli altri come lacchè.
Il 1949 è un'annata notevole per Joseph L. Mankiewicz, che firma sia il grande successo Lettera a tre mogli (che gli farà vincere ben due Oscar nel 1950, per la migliore regia e la migliore sceneggiatura non originale) sia questo Amaro destino, presentato nello stesso anno a Cannes: dopo un film piuttosto pungente di ossessioni femminili, eccone un altro, quasi a contrappunto, su una storia eminentemente maschile di lotta feroce fra generazioni per l'affermazione personale.
Nella quale il padre si considera, pur nella sua icastica italianità da spaghetti e Il barbiere di Siviglia a tutto volume, un uomo del Nuovo Mondo, dove il figlio di un barbiere può anche aspirare a diventare Presidente e non per forza barbiere a sua volta. Non si accorge, però, di essere in qualche modo già il passato, e che il considerarsi un vero americano nell'individualismo e nella spregiudicatezza non tiene il passo – in questa storia ambientata durante gli anni Trenta – con l'avvento del New Deal e il tramonto del liberismo selvaggio.
Per questo dramma familiare ed esistenziale, Mankiewicz utilizza non a caso i modi del gangster movie, ripensandolo quasi a voler smontare la fascinazione per i grandi cattivi del decennio precedente, costretti prima o poi a fare i conti con le conseguenze banalmente domestiche delle loro prepotenze (da cui il titolo originale, House of Strangers). In questo si giova della formidabile interpretazione di Edward G. Robinson, premiata a Cannes, che infonde nel personaggio di Gino non solo il suo carisma ma anche la sua iconicità all'interno del genere.
Sempre parlando di reinvenzione degli stilemi, la Irene Bennett di Susan Hayward, contrastato amore di Max (Richard Conte), è sì a tutti gli effetti una dark lady, col suo fascino seduttivo e la spregiudicata assertività, però ecco che la sua non è una forza distruttrice ma al contrario salvifica per il suo innamorato. È anche lei una donna “nuova”, diversa da quelle docili e sottomesse che piacciono al padre, e i suoi scontri verbali con Max sembrano sia preliminari di indubbio erotismo che continue rinegoziazioni del potere.
E proprio nei dialoghi acuminati – più che nella regia, nella quale Mankiewicz si concede solo una stilizzata risalita della macchina da presa lungo le scale della casa di famiglia, per simboleggiare l'entrata nel passato – stanno la forza e il merito principali di Amaro destino. La sceneggiatura, adattata a partire dal romanzo di Jerome Weidman I'll Never Go There Any More, a sua volta basato sul Re Lear di Shakespeare, è attribuita al solo Philip Yordan. È notorio, però, come Mankiewicz l'abbia pesantemente rimaneggiata – in particolare nei dialoghi, a quanto pare – per poi decidere in polemica con la produzione di non firmarla.
Comunque sia andata, Amaro destino resta una riflessione sulla forza corruttiva del denaro e del potere che, per quanto infine ricomposta e non esplosa nella violenza di tanti illustri epigoni dei decenni successivi, come Il padrino di Francis Ford Coppola o Fratelli di Abel Ferrara, conserva in sé un potenziale incendiario.