Fin dal suo debutto nel 1825, l’opera kabuki Tokaido Yotsuya Kaidan ha riscosso notevole attenzione presso il pubblico giapponese, tanto da renderla tutt’ora una delle storie di fantasmi (kaidan) più celebri di sempre.
Ovviamente anche l’industria cinematografica si è cimentata a più riprese sul noto copione con diversi adattamenti grossomodo fedeli (da citare almeno il primo sonoro, di Keisuke Kinoshita, e il più recente metanarrativo dell’eclettico Takashi Miike) e omaggi indiretti che attraversano tutta la storia dell’horror nipponico (su tutti, il più celebre è il personaggio di Sadako in The Ring).
L’adattamento di riferimento rimane però l’omonimo film di Nobuo Nakagawa, noto col titolo internazionale di The Ghost of Yotsuya. Perfettamente aderente allo spirito dell’originale, pur svecchiandone certi sviluppi narrativi, il film di Nakagawa racconta di un disgraziato ronin che uccide un uomo per non avergli concesso la mano della figlia, Iwa, salvo poi ingannare la donna promettendole di vendicare la morte del padre in cambio del matrimonio. Anni dopo, la prospettiva di ricchezza per un nuovo matrimonio porta il ronin a ordire un ulteriore inganno e uccidere la moglie per convogliare a nuove nozze.
Il vendicativo fantasma (Onryo nella tradizione giapponese) di Iwa porterà il ronin a delirare e uccidere tutti i membri della sua nuova famiglia, prima di venire ucciso a sua volta dai famigliari di Iwa per vendetta. Degli oltre cento film diretti da Nakagawa vengono rinomati prevalentemente la decina di horror degli anni Cinquanta prodotti per la major Shintoho, tra cui giustamente The Ghost of Yotsuka.
Per raccontare questa storia Nakagawa predilige inquadrature dilatate, campi lunghi e con un livello di dettaglio in profondità che ricorda il miglior Welles, mentre i primi piani sono ridotti stranamente al minimo. Se non fosse per l’importanza degli esterni, verrebbe da definirla un’impostazione teatrale del medium cinematografico eppure funziona, per la drammaticità intrinseca dei personaggi principali che non necessita di artifici linguistici per spiccare.
Il momento in cui Iwa diventa uno spettro viene protratto ben oltre la metà della storia e tutto il rancore accumulato pazientemente divanmpa in pochi minuti di horror sovrannaturale, ripudiando la fredda palette cromatica tenuta fino a qual momento. The Ghost of Yotsuka è un racconto semplice trattato davvero bene, con un villain umanissimo che è difficile odiare del tutto e spiccati contrasti luminosi degni di Mario Bava.