Nel realizzare un film scandaloso e “sproporzionato”, Giuseppe Patroni Griffi adatta la sua omonima commedia del 1967 e due anni dopo porta a Cannes un film che susciterà scalpore. L’indecente revisione delle convenzioni borghesi, l’apertura della coppia tradizionale ad altri elementi destinati a scardinarne l’instabile equilibrio e la messa in discussione delle basi sociali della normalità affettiva e sessuale vengono entomologicamente analizzati dal regista napoletano in un film-ipotesi che, a partire dalla situazione immaginata dal titolo (“Metti, una sera a cena, noi tre...”), delinea e inscena un duplice adulterio.

Il triangolo amoroso è messo in scena come una piéce teatrale da Michele, “scrittore in assoluta malafede” e in crisi costretto a scrivere per il cinema (Jean-Louis Trintignant), all’amico Max (Tony Musante), attore teatrale innamorato non tanto segretamente della moglie del primo, Nina (Florinda Bolkan, all’esordio in un ruolo da co-protagonista). Se l’impianto della vicenda è dunque perfettamente organico, ciò che è disorganico (ma nel senso verista di un nuovo cinema delle relazioni) è la struttura cinematografica dell’opera, che mescola la cronologia degli eventi, la altera (il montaggio è di Franco Arcalli), ritorna sulle stesse scene per colmare dei vuoti gnoseologici dello spettatore, come in una continua revisione di un testo.

Attraverso Michele, il regista di Addio, fratello crudele e Il mare guida il suo pubblico all’osservazione di una delle cellule costitutive del tessuto sociale italiano – la coppia sposata – e mette in discussione l’istituzione che rappresenta. Film nel film, piéce nella piéce, Metti, una sera a cena decostruisce per azzardare poi una ricostruzione, libera da condizionamenti ideologici e sociali, allargando gradualmente il numero dei commensali di una tavola/“zattera” in cui il banchetto principale è il perbenismo dei benpensanti borghesi che stanno andando alla deriva: il marito, la moglie, l’amante, poi l’amante dell’amante che diventa amante della moglie (Ric/Lino Capolicchio, al top della sua procace sensualità), infine l’amante del marito (Giovanna/Annie Girardot, forse l’unica per la quale abbia valore il senso etimologico del termine). Una sciarada di sentimenti, una rincorsa di non detti, “logici” tradimenti dove l’amore è in ostaggio alla pazzia e i sentimenti sono vissuti in modo assoluto.

Non è un caso che dopo i titoli di testa il film si apra su una pistola che spara all’immagine di una donna: l’opera di Patroni Griffi è un attacco diretto all’immagine femminile così come è concepita dalla società borghese pseudo-intellettuale. Da angelo del focolare come vorrebbe una certa idea conservatrice del ruolo di moglie, Nina assume il protagonismo di un intreccio erotico-sentimentale, prima tradendo il marito e poi tradendo anche il proprio amante. Il cartone della pizza che finisce sul ritratto esposto alla galleria d’arte lasciando lacrime di pomodoro sul volto della donna dipinta è una chiara metafora di questa aggressione (anche) visiva operata dal regista, che non fa sconti ai suoi spettatori, decidendo di creare un’opera complessa, caratterizzandola in uno stile nervoso, con montaggi rapidi e inquadrature molto ravvicinate ai personaggi o molto mosse nello spazio.

Nell’immaginare questa intricata vicenda invece del classico triangolo, Michele (che assume in quanto narratore il ruolo di alter-ego dello stesso Patroni Griffi) afferma: “voglio prendere il tema più logoro e vedere se riesco a nobilitarlo”. Per dire se vi sia riuscito, basti pensare alla fluidità tra i generi che scorre nei vedo/non vedo illuminati magistralmente dalla fotografia di Tonino Delli Colli, al nuovo tipo di femminilità che emerge dall’avvenente personaggio di Nina (specularmente contrapposto a quello dell’ingenua Giovanna), alle musiche celeberrime di Ennio Morricone dirette da Bruno Nicolai (Nastro d’Argento alla miglior colonna sonora) o ancora agli straordinari dialoghi che sorreggono tutta questa fantasia scopica, scritti da Patroni Griffi stesso con l’aiuto di Dario Argento, chiamato dal regista per modernizzare le relazioni tra i personaggi.

Insomma, esattamente come la sua protagonista all’inizio del film, Patroni Griffi si sfila il guanto, ma per schiaffeggiare sonoramente il suo pubblico.