Elevati ad autori della parodia iconoclasta, la Wayans Family beneficia del riscontro del pubblico e azzecca anche qualche battuta in ogni film, però il loro greve umorismo si compone soltanto di dialoghi scatologici o scene inutilmente volgari. Riguardare Monty Python's Life of Brian (1979) dimostra invece cosa vuol dire essere veramente iconoclasti. E permette di constatare che dopo più di quarant’anni il loro umorismo regge.
Il gruppo di comici inglesi è stato irriverente sin dalle origini, quando sulla BBC proponevano il Flying Circus, zeppo di sketch bizzarri e assurdi. La loro comicità è soprattutto di scrittura, di destrutturazione e ricostruzione satitirica di usi e costumi (usualmente inglesi) oppure di salaci sbeffeggiamenti della morale allora vigente.
Un rinomato brand comico già apposto nel titolo, che rimarcava come il soggetto scelto sarebbe stato trattato e messo alla berlina dai Monty Python. Se la pellicola precedente era una caricatura del Santo Graal, ecco che il terzo lungometraggio, attraverso la parodia della religione e i kolossal incentrati su Gesù, mira a impallinare le istituzioni e la stupidità romana (preistoria di quella occidentale odierna). Una “biografia” fittizia, come probabilmente lo è quella di Gesù.
Life of Brian marca anche la prima concreta consapevolezza del gruppo britannico sulle potenzialità del cinema come strumento per far evolvere il loro humour. Gli stessi autori hanno sempre confermato come la stesura dello script non fu facile, tanto da giungere a uno stallo, risolto poi con una gag assurda: la navicella aliena che casualmente salva Brian. Per i Monty Python non si trattava soltanto di assemblare una sequela di sketch, ma di realizzare un vero film in cui le gag scaturiscano dall’evoluzione della trama.
Una maturazione cinematografica che si completerà con il successivo Monty Python’s The Meaning of Life (1983), in cui alla scrittura di gruppo si sostituisce durante la realizzazione la distribuzione dei ruoli tecnici a seconda delle inclinazioni: Graham Chapman è l’unico della compagine a saper recitare anche parti drammatiche, Terry Jones per la capacità organizzativa, Terry Gilliam per la fantasiosa inventiva grafica (suoi i titoli di testa). La compagnia si poi ricongiunge spartendosi goliardicamente gli svariati ruoli che animano la vicenda, un buffonesco fregolismo derivativo del vaudeville e simile a quello dei Fratelli Marx.
L’impertinenza del film è tutta centrata su un giudeo che ha la sventura di nascere lo stesso giorno di Gesù e, di conseguenza, vivere la sua misera vita contemporaneamente a quella del Salvatore. Gli spunti storici (i ribelli, l’occupazione romana, alcuni passi della Bibbia) sono declinati comicamente, mettendo in rilievo già di per sé come le Sacre scritture contengano situazioni che possono risultare assurde.
Buffoneria demenziale che esplode in particolare a livello verbale, con giochi di parole o amenità senza senso. Resta epocale la sequenza al cospetto di Ponzio Pilato (Michael Palin, che parla con una spiccata erre moscia, rimando al ceto sociale altolocato), tutta giocata sull'assonanza dei nomi romani con gli attributi maschili (Biggus Dickus). Per inciso, esilarante anche nella versione italiana, che ha dovuto faticosamente riadattare le battute (Marco Pisellonio).
Come ogni film di ispirazione biblica che si rispetti, c’è a sigillo la morale finale, demandata però a una canzone: Always Look on the Bright Side of Life. Il conclusivo sberleffo, l’ultima parodia (Jesus Christ Superstar in versione inchiodata) affidata un motivetto che è diventato un inno, riproposto al funerale di Graham Chapman: questa è genuina irriverenza (contro lo snobismo di certi eventi luttuosi) e sentito omaggio per la dipartita di un fedele compagno, che fa calare definitivamente il sipario su un periodo artistico fenomenale.