Osho, il più celebre film di Daisuke Ito del secondo dopoguerra, prende la vita del giocatore di shogi (gli scacchi giapponesi) Sakata Sankichi (Tsumasaburo Bando) e ne fa una parabola esistenziale verso la più profonda conoscenza del senso della vita.
Incontrando l’iniziale opposizione di Kan Kikuchi (il responsabile degli studi della casa di produzione presso la quale Ito lavorava all’epoca riteneva il tema degli scacchi poco cinematografico), il regista giapponese riuscì a rendere avvincente la passione di Sankichi delineandone un incredibile ritratto dal punto di vista psicologico e facendo ruotare la vicenda sulla rivalità con il campione professionista Kinjiro Sekine. Benché infatti l’autodidatta Sankichi rientri nella categoria “dilettanti”, la sua determinazione gli permette di arrivare a sfidare Sekine per il titolo di Meijin (Gran Maestro).
Oscillando tra il lavoro come calzolaio e il banco dei pegni dove si reca continuamente a lasciare oggetti di famiglia per pagare le quote d’iscrizione ai tornei, il protagonista di questa storia semplice e coinvolgente conquista da subito lo spettatore, anche a causa dell’impeccabile interpretazione della leggendaria star del cinema muto Bando. Scrivendo un’epica delle piccole cose, Ito fa del “ribelle di Osaka” (la contrapposizione tra i due giocatori è anche una contrapposizione politica/geografica e quindi sociale tra Tokyo e Osaka) un eroe della quotidianità, un inarrivabile modello di umiltà.
Povero e analfabeta, Sankichi è guidato (in senso lato) dalle due figure femminili della sua famiglia: la moglie Koharu, inizialmente disperata e in procinto di lasciarlo a causa dei problemi economici che il gioco causa loro, giunge a sostenerlo quando capisce che gli shogi non sono per lui un capriccio ma una passione profonda; la figlia Tamae, cresciuta assistendolo nella pratica di studio, sarà l’unica a metterlo di fronte alla realtà quando, con una mossa scaltra, vince per la prima volta contro il suo acerrimo nemico.
Già, perché mentre tutti esultano per la vittoria, la ragazza – in un confronto col padre che apre una delle sequenze più intense del film – lo obbliga ad ammettere soprattutto a sé stesso che quella vittoria sarà anche valida a livello ufficiale ma è inconsistente a livello morale. Ciò che davvero conta, per un Meijin (il traguardo massimo a cui un giocatore possa ambire nella competizione sportiva), non è il fatto di aver vinto ma il modo in cui lo si è fatto.
“Smascherato” dalla sua stessa figlia, Sankichi si guarda allo specchio e crolla. Ecco tornare qui uno dei temi cardine della poetica di Daisuke Ito: lo svelamento della verità attraverso il volto, proprio come nel bellissimo Gero No Kubi (anch’esso presentato quest’anno al Cinema Ritrovato). La conoscenza delle regole ma soprattutto dello spirito del gioco, assorbita indirettamente attraverso l’esercizio del padre, permette a Tamae di vedere ciò che Sankichi ancora non vede.
Sebbene si tratti qui di una visione allegorica, non è un caso che il giocatore abbia un grave difetto alla vista: Ito introduce magistralmente questo tema nel film facendo lamentare Sankichi della luce sempre troppo bassa o delle persone intorno a lui che gli fanno buio. La luce arriverà poi concretamente tramite un’operazione agli occhi, ma in senso più profondo attraverso la consapevolezza delle proprie azioni e la comprensione del vero significato del gioco.
Partendo dall’omonima pièce di Hideji Hojo (1947), Ito costruisce una narrazione per immagini del viaggio di una vita, con i suoi alti e bassi, i suoi intoppi e i suoi rettilinei, mantenendo fede al proprio stile in movimento con sequenze visivamente interessantissime: si pensi ad esempio al ritmo concitato e alle sovrimpressioni del ritorno a casa del protagonista carico d’angoscia per il terrore che la moglie sia morta.
Il finale, con il confronto tra i due rivali fuori dal campo di gioco mentre Koharu rivela il contenuto del suo prezioso amuleto e con l’immagine del “Re” (Osho, appunto) nell’umile quartiere dove ha trascorso la vita, è straziante oltre misura: pura poesia cinematografica.