“Non mi ammazzate la Cardinale!”, urlerà Visconti al megafono nella scena della scazzottata, prendendo già la giovane attrice – che in seguito chiamerà per Il Gattopardo – sotto la sua ala per proteggerla dall’eccesso di testosterone, stemperato solo dal personaggio di Nadia, interpretata da Annie Girardot.

Ai puristi del cinema contemporaneo ricordiamo che ad interpretare i cinque fratelli lucani – a ognuno dei quali è dedicato un capitolo – che emigrano a Milano in cerca di fortuna sono due italiani (Renato Salvatori è Simone; Rocco Vidolazzi è Luca), due francesi (Alain Delon è Rocco; Max Cartier è Ciro) e un greco (Spiros Focas è Vincenzo), tutti doppiati, come spesso accadeva nell’epoca d’oro del cinema italiano, fatto di coproduzioni e di contaminazioni.

Forse il vero capolavoro del cinema viscontiano, Rocco e i suoi fratelli (1960), come spesso accadeva con il regista milanese, non mancò di scioccare e destabilizzare il mondo del cinema. Per la violenza dirompente di alcune scene, la censura – già tramortita da La dolce vita (1960) di Federico Fellini – vietò il film ai minori di sedici anni e tagliò venticinque metri di pellicola. Alla Mostra di Venezia, sotto la direzione del moralista Emiliano Lonero, sottomesso alle volontà ecclesiastiche, gli fu sottratto il Leone d’oro che venne assegnato a André Cayatte per Il passaggio del Reno, suscitando non poca indignazione.

La matrice è sempre Giovanni Verga e il film sembra quasi un sequel spirituale del precedente, La terra trema (1948), a sua volta tratto dal romanzo dello scrittore catanese I malavoglia (1881). Partendo da un soggetto originale di Visconti, in collaborazione con Vasco Pratolini e Suso Cecchi D’Amico, e ispirato ai racconti de Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann e L’idiota di Dostoevskij, Rocco e i suoi fratelli concilia le due anime del regista che torna ad un cinema civile, popolare, di matrice neorealista, ma con il respiro epico della dimensione del mythos.

Il bianco e nero “perlaceo” – come lo definisce Martin Scorsese – di Giuseppe Rotunno, da un la riporta l’estetica viscontiana alle sue origini; dall’altro, perde l’aspetto grezzo delle prime opere trovando i suoi colori in una forte drammatizzazione delle immagini. La precisione drammaturgica di una lacrima che scende sul viso di Nadia, come fosse quasi una battuta di dialogo sé, fa intuire quanto sia meticolosa e sofisticata la messa in scena pensata da Visconti e quanto nulla, nella drammaturgia visiva del film, sia lasciato al caso.

A scontrarsi, come spesso accade nella poetica viscontiana, sono il vecchio e il nuovo mondo. Il conflitto è tra il Sud e il Nord, tra la terra arcaica incarnata dalla figura angelica di Rocco e la seduzione della chiassosa metropoli moderna, alle porte del boom economico, che trova nella voracità animale di Simone la vittima ideale.

Visconti costruisce un melodramma familiare tutto al maschile, dove manca il patriarca, ma in cui la donna è vittima delle pulsioni distruttive degli uomini che la circondano. Nemmeno la pietà cristologica di Rocco riesce a salvare Nadia da un destino che sembra incombere su tutti i vinti viscontiani. È il volto candido di Delon, deturpato dalla violenza a cui è costretto ad assistere, a raccontarci l’orrore di un maschile che nessuna censura, nemmeno quella “divina”, avrebbe potuto cancellare.