La nouvelle vague giapponese è come la farina di Kamut: non esiste. È un termine pubblicitario usato negli anni Sessanta dalle case di produzione giapponesi (per prime Shochiku e Nikkatsu) per reclamizzare il lavoro di registi emergenti, scimmiottando l’impatto culturale dell’omonimo movimento francese. Oltre che dalla strategia comunicativa, questi nuovi autori erano accomunati da una visione cruda e disillusa del Giappone del dopoguerra, che spesso raccontavano attraverso ceti sociali subalterni e situazioni di degrado materiale/morale.

Il paradosso è che a questi film veniva richiesto dai loro stessi produttori di assumere una forte identità critica e autoriale, ma al contempo di non essere troppo espliciti o politici. Notte e nebbia sul Giappone di Nagisa Oshima viene ritirato dalle sale per motivi politici, ad esempio, mentre l’anno dopo Porci, geishe e marinai di Shohei Imamura costa al regista un’interdizione di due anni dai set per aver paragonato il popolo giapponese a maiali venduti agli statunitensi. Da grandi autori quali effettivamente erano, entrambi divorziano dalle rispettive case di produzione e cominciano ad autoprodursi i film.

Il primo di questi per Imamura è Introduzione all’antropologia, tratto dal romanzo di Akiyuki Nosaka I maestri dell’eros e racconta dell’ambiguo rapporto di un pornografo amatoriale con la compagna e i figli di lei. Se la coppia protagonista appare arresa a convivere con l’illegalità pur di guadagnare quel che basta a sopravvivere, la generazione dei figli vive nel cinismo più sfrenato e materialista, senza legge che non sia quella del più astuto.

Non è l’opera più disperata di Imamura (già i precedenti Desiderio d’omicidio e Cronache entomologiche del Giappone erano ben più opprimenti) ma mantiene quello sguardo interno all’azione tipica dell’autore per cui non c’è nessun fuori campo, nessuno spiraglio di una vita migliore, e la famiglia finisce per disintegrarsi lungo il pendio che conduce dall’amoralità all’immoralità.

Qui più che altrove è esplicita la visione di Imamura del sesso come merce e del corpo come moneta di scambio di chi non ha altro, situazioni disperate ma così naturali per chi le compie da risultare buffe. Anche tecnicamente, a partire dal taglio sempre innaturale dell’inquadratura, il regista racconta una quotidianità che è anche alterità, un sommerso ben noto che è parte integrante del tessuto giapponese, lo scricchiolio di un paese che ancora non sa gestire la democrazia a cui è stato obbligato.