Se La caduta degli dei (1969) era il film più violento, maledetto e caotico del corpus cinematografico di Visconti, Morte a Venezia (1971) ne è il canto funebre.

Tratto dalla celebre novella di Thomas Mann del 1912, l’adattamento viscontiano, sceneggiato ancora una volta in collaborazione con Nicola Badalucco, trasforma lo scrittore del racconto, Gustav von Aschenbach (interpretato da Dirk Bogarde), in un compositore, con evidenti rimandi a Gustav Mahler. Del resto, Aschenbach era il nome del machiavellico ufficiale delle SS interpretato da Helmut Griem nel film precedente, e Mahler era il tenente disertore di cui si innamorava la patriota Livia Serpieri in una Venezia divisa dalla Storia.

“Osceno e noioso” secondo la Warner Bros., che inizialmente si rifiutò di distribuirlo, Morte a Venezia rimane senza dubbio l’opera più riflessiva, intimista e contemplativa di Luchino Visconti, che avvolge il film di un manto mortuario sin dall’arrivo di Aschenbach nel capoluogo veneto.

Lo straniero viene traghettato da un misterioso barcaiolo locale che fa le veci di Caronte. Sarà il primo di una serie di loschi personaggi, intenti a farfugliare parole incomprensibili e ad ignorare le domande del compositore, spaesato di fronte all’atmosfera lugubre di una città che sembra più morta che viva.

La Venezia fotografata da Visconti è un teatro di morte: in affanno per lo scirocco, con i suoi canali pestilenziali, diventa il ventre in decomposizione di una lunga agonia. “Una vecchia signora dall’alito cattivo” la definirà Vittorio Gassman in Anima Persa (1977) di Dino Risi. La città assume le fattezze di un luogo dell’anima, una raffigurazione scenografica del decadimento psicofisico del protagonista.

Visconti racconta la crisi dell’artista, dell’esteta, che passa la vita alla ricerca di un ideale di bellezza, di una forma perfetta, classica, al di sopra della bassezza dei sensi, rappresentata dalla figura ipnotica di Tadzio (Björn Andrésen). Il ragazzo efebico, a metà tra un David scultoreo e il candore conturbante di Dorian Gray, è l’incarnazione di una purezza estetica che non fa parte di questo mondo, di un’idea di sublime romantico che si può solo subire e mai afferrare.

Tadzio è l’arte, custodita e cullata dalla musa silente in bianco interpretata da Silvana Mangano. Non più la Venere popolana delle risaie di Riso Amaro (Giuseppe De Santis, 1949), la diva si presta a interpretare la grazia velata, una figura sacrale, enigmatica, dalle movenze eleganti, intoccata dalla peste e dalla malattia e che protegge la bellezza dagli occhi umani.

Circondato da un mondo marcio, decadente e in preda al caos, l’artista si isola nella sua contemplazione ossessiva del bello. I suoi tentativi di imbellettarsi con tinte per capelli, ceroni e rossetti conducono la sua ricerca verso l’artificio patetico di una maschera grottesca, il cui destino è già anticipato dal vecchio eccentrico che lo importuna al suo arrivo a bordo del battello.

Il volto di cera di Dirk Bogarde, analogo a quello funereo di Ingrid Thulin in La caduta degli dei, diviene il segno espressivo del trapasso viscontiano. La sindrome di Stendhal di Aschenbach non è solo una vertigine, ma un disperato tentativo di restare in vita attraverso l’illusione dell’arte. Il volto in decomposizione, con il trucco che cola sul viso, ne disvela l’inganno e l’artificio: un miraggio di bellezza che, prima o poi, dovrà fare i conti con la morte.