"Quanto tempo durerà, Woody? Credi davvero che Andy ti porterà all’università?
O in viaggio di nozze? Andy sta crescendo, e purtroppo tu non puoi farci niente.
È una tua scelta, Woody. Puoi tornare a casa o restare insieme a noi e diventare immortale.
Sarai amato da molte generazioni di bambini".
Stinky Pete in Toy Story 2-Woody e Buzz alla riscossa
Il tempo che passa, distrugge, modifica gusti e animi. Il tempo che scambia poteri, attenzioni e che crea nostalgia. Ma è davvero (solo) il Tempo l’unico tema del nuovo film Disney-Pixar, Toy Story 5? Probabilmente uno dei possibili anelli di congiunzione e interpretazione per il nuovo capitolo di una delle saghe più longeve e amate del cinema di animazione, è dietro la produzione che (erroneamente) alcuni definiscono minore o parallela. Esistono infatti diversi cortometraggi ambientati nell’universo di Toy Story, che potremmo considerare come delle vere e proprie “note a margine” dei film, comprensibili il più delle volte solo se la lettura del “capitolo” precedente è stata effettivamente compresa.
In questi casi gli autori stessi della saga inseriscono considerazioni o riflessioni aggiuntive all’universo fin ora narrato: una dimensione transmediale (tra fumetto, televisione e videogame) che stacca ancora di più questa saga dall’universo animato “classico” e lo rende sempre più un tassello insostituibile della storia del cinema. Nel caso in questione il primo corto da segnalare è Toy Story of Terror! (2013) che non a caso, come si accennava, è diretto da Angus MacLane, animatore dei capitoli secondo e terzo e che poi sarà alla regia di un ulteriore spinoff Lightyear - La vera storia di Buzz (2020).
Il corto Toy Story of Terror!, nato come prodotto televisivo, è ambientato tra il terzo e il quarto episodio della saga in cui uno dei protagonisti, l’orsetto tirolese Mr. Pricklepants, come una sorta di fatale demiurgo enuncia, durante lo svilupparsi della trama, tutte le tappe perfette per realizzare un film (horror, ma nel nostro caso vale per tutta la saga) perfetto. L’importanza dell’incipit, la costruzione della tensione, la divisione dei protagonisti, l’eventuale lieto fine. E per farlo il corto si focalizza, metatestualmente, su alcuni dei grandi classici del cinema orrorifico, non solo riassemblandoli, ma generando un prodotto totalmente nuovo, che parodizza tutto il precedente (segnali e messaggi verso un altro colosso dell’animazione?) come i film Hammer dedicati a Dracula o addirittura Psycho di Alfred Hitchcock.
Una struttura perfetta che viene rispettata alla perfezione e che, come precisa l’orsetto, comporta seri rischi se subisce delle modifiche inaspettate, rischi che non solo influenzano lo svolgersi degli eventi ma la reazione stessa degli spettatori. Una riflessione che sembra essere calzante non solo per il corto ma anche per la costruzione del nuovo film, che sembra (purtroppo) un prodotto realizzato con una formula (già) fin troppe volte vincente. Colpa dell’imminente (trentennale) anniversario che ha portato la Pixar a dover lavorare con troppe (poche) idee e che ha portato il film ad una sorta di enorme omaggio nostalgico a sé stesso? Come se fosse un narcisistico specchiarsi con pericolo di distruzione: troppa bellezza può distruggere.
I presupposti però per un lavoro che potesse lasciare il segno (chi scrive sta ancora asciugando le lacrime dei finali del terzo e del quarto episodio) c’erano tutti. In primis la potenzialità intragenerazionale del franchise: dal 1995 ad oggi i pubblici sono cambiati, ma il fascino per le avventure “umane e naturali” dei giocattoli è rimasto immutato sia per gli spettatori affezionati che per i “nuovi” e vedere genitori, nonni e bambini condividere un immaginario così potente è una delle cose più riuscite dell’universo Toy Story. E questo porta al secondo punto: l’affezione ai personaggi che ormai sono entrati di diritto nella storia del cinema d’animazione, con i loro modi di fare, il loro abbigliamento, le loro battute. Terzo il reparto tecnico: in regia (e sceneggiatura) Andrew Stanton (dietro la scrittura di tutta la saga e che quindi conosceva bene come trattare il materiale “umano” dei protagonisti) e Kenna Harris (al suo esordio sul lungometraggio, ma dietro alcuni progetti importanti Disney – come Frozen 2 - e regista di un piccolo spin-off dedicato al personaggio Luca); alla produzione il direttore creativo della Pixar, Pete Docter (dietro a successi planetari come Inside Out o Up) e il veterano Jonas Rivera; la colonna sonora affidata ancora a Randy Newman.
Ma qualcosa deve essersi, come nei vecchi giocattoli, inceppato. Tutto sembra un nostalgic movie (a tal riguardo si rimanda agli studi di Simon Reynolds e al suo Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato) in cui l’omaggio al passato diventa necessario e fondativo. Si pensi alla figura di Woody che nel film viene richiamato in servizio da Jessie (di lei si accennerà più avanti): la sua funzione è davvero quella di un omaggio a sé stesso (fin dalla sua apparizione in cima alla finestra come una sorta di divinità irraggiungibile) ma pixarianamente umana: dietro è stempiato, ha messo su pancia, non riesce a correre più come prima.
Il tempo passa per tutti, ma Woody resta quello che è… Sicuro? In effetti la sua funzione nel film è davvero risicatissima, una sorta di comparsa nella comparsa: poche battute, poco impatto nella vicenda (a differenza di tutti i film precedenti), una sorta di accompagnatore degli eventi che cede (ormai) il passo (ricordiamoci del finale del quarto capitolo). Un destino simile è riservato a Buzz. Se entrambi si auto citano salutandosi dopo tanto tempo con quasi le stesse battute del loro primo incontro (in effetti, sempre come uno specchio, stavolta è Buzz a prendere il posto di Woody del primo episodio) anche l’astronauta in questo film è costretto a diventare una sorta di parodia di sé stesso, un omaggio nell’omaggio, un riconoscere le proprie radici, le proprie fortune fondative in due personaggi che ora devono provare a lasciare la scena (l’abbandono è da sempre un concetto carissimo a tutti gli episodi), ma con non poca difficoltà.
A rafforzare questo aspetto è l’identificazione di appartenenza di entrambi. Sono rappresentati di due generi cinematografici che hanno fatto (e continuano a fare) la fortuna dell’industria cinematografica hollywoodiana: il western e la fantascienza (insieme inoltre richiamano sicuramente le grandi coppie comiche del passato). Questa riflessione si rafforza se si pensa al secondo episodio, dove Woody viene rapito da un collezionista di cimeli televisivi western che lo crede rarissimo. Oppure, nell’ultimo film, l’esercito dei tanti Buzz (già visti sempre nel secondo capitolo) che sbarcano su un’isola deserta come in una sorta di film fantascientifico degli anni Cinquanta.
E come si confrontano due mitologie (ritornando a Barthes) se non con i loro limiti e l’autocitazione? È il caso di Woody che arrivato di nuovo tra i suoi amici omaggia Clint Eastwood, un mito che sopravvive al tempo (speriamo più a lungo possibile). Il secondo cortometraggio (sempre pensato per la televisione) per la riflessione sul nuovo film Pixar è Toy Story: Tutto un altro mondo diretto nel 2014 da Steve Purcell. In questo lavoro (che non a caso nel titolo originale richiama fortemente la questione nostalgico-temporale: Toy Story That Time Forgot) la piccola nuova bambina che gioca con i protagonisti, Bonnie, durante il periodo natalizio passa a trovare il suo amichetto Mason, portando con sé alcuni giocattoli. Il guaio è che il bimbo (già nell’ormai lontano 2014) ha ricevuto come dono di Natale una nuova console, Optimum- X, che lo distrae totalmente (addirittura con dei proto visori di realtà aumentata) non solo dal mondo esteriore ma anche dai suoi vecchi amici giocattoli (nel suo caso dei dinosauri antropomorfi).
Già più di dieci anni fa quindi gli sceneggiatori Pixar avevano intercettato la problematica del distacco dai giochi fisici a quelli virtuali (già nel secondo capitolo della saga, tra l’altro, il personaggio del giocattolo dinosauro Rex tentava di superare difficilissimi livelli nel videogame ispirato a Buzz). Nel nuovo capitolo questi elementi vengono identificati con un generico “dispositivi” nel quale rientrano non solo i tablet (il nuovo intrattenimento della protagonista) ma anche gli smartphone (per gli adulti) e gli altri schermi e mezzi che distraggono l’attenzione dal Passato. O ancora dalle Radici. Queste ultime, ancora come una sorta di effetto nostalgico, tornano nei momenti che i registi dedicano alla costruzione della dimensione del gioco.
A differenza di tutti i capitoli precedenti, infatti, dove la finzione era irriconoscibile dalla realtà, il momento della costruzione delle avventure dei giocattoli viene mostrato con un effetto animato classico, quasi ad acquerello, richiamando ancora di più la ricerca artistica che fin dalle origini aveva caratterizzato lo stile Pixar (a tal proposito si rimanda a un testo fondamentale, Il sistema Pixar di Christian Uva). Una sorta di dimensione altra dove oltre allo stile retrò e fantasioso i colori esplodono in maniera incontrollata, sono più vividi, più irreali dell’irrealtà stessa dei giocattoli pensanti, un vero e proprio “altro mondo” che può salvare dalla piattezza e bidimensionalità degli schermi degli odiatissimi dispositivi. Si diceva di passaggi di consegne.
Questa dimensione di Passato che cede al contemporaneo ma che, sempre e per forza, influenza comunque il Presente, è rintracciabile nella figura di Jessie. Se nel secondo capitolo si aggiunge al gruppo di giocattoli di Andy, nel terzo diventa una delle preferite della piccola Bonnie è nel quarto che prende una quasi totale coscienza di sé. Nel finale di Toy Story 4 infatti Woody decide di abbandonare il gruppo e lascia la stella da sceriffo proprio a Jessie. Quindi la riflessione sulla nostalgia passa anche per la consapevolezza di genere. Questo aspetto è rimarcato nell’ultimo film, in cui la cowgirl è protagonista indiscussa della narrazione, dei ricordi, degli eventi, rivestendo una posizione decisionale e di potere non indifferente.
Questo aspetto di affermazione di genere è una delle caratteristiche del sistema Pixar: in Red (Domee Shi, 2022) tutte le protagoniste, dalla piccola Mei Lee alle sue amiche e sua madre, sono rappresentazione di una dimensione femminile sempre più presente nella narrazione contemporanea. Non a caso il padre è una figura marginalissima, intento a faccende domestiche (“Andiamo! Questa sera cucina papà!” dicono entusiaste madre e figlia all’inizio del film) così come accade in quest’ultimo Toy Story, dove sì Jessie viene “salvata” (in parte perché già salva) dalla sgangherata coppia Woody-Buzz ma che in effetti si trovano a disagio in questa dimensione “attualizzante” contemporanea. Le uniche a capire come uscire dai problemi sono proprio due personaggi femminili: Jessie e lo stesso tablet Lilypad, che in pieno stile villain Pixar da cattivo diventa buono (un ulteriore aspetto degno di nota è che mentre i cattivi del capitolo 2 – una action figure di un vecchio minatore - e 3 – un enorme peluche rosa – hanno una voce maschile, la “presunta” villain che cattura Woody e Forky nel quarto film, proprio come Lilypad, dopo uno scontro diretto con i giocattoli, diventa un bambola “buona”).
Così mentre da un lato il film si apre con un matrimonio (tra Forky e Karen Beverly), ognuno dei personaggi ha un corrispettivo maschio-femmina (il caso più eclatante è quello di Mr e Mrs Potato che hanno anche dei “figli”) e lo stesso Buzz (in pieno stile classic science fiction) è pronto a chiedere la mano di Jessie, dall’altro l’amicizia viva e vera nasce solo tra la piccola Bonnie e l’adolescente Emily (una sorta di alter ego di Andy), sono solo le madri di entrambe a decidere di far incontrare le figlie, mentre i padri sono o incapaci (quello di Bonnie butta tutti i giocattoli in garage) o assenti (quello di Emily è totalmente fuori dalla narrazione). Andrebbe anche segnalato che lo stesso personaggio della cowgirl è una sorta di controparte “amorosa” dell’accoppiata Woody-Buzz, che non è più uomo-uomo ma Jessie-Buzz. Infine, anche la scelta della colonna sonora vira in tal senso: è Taylor Swift a firmare il brano I Knew It, I Knew You, scritta proprio dalla cantautrice statunitense dopo una visione privata del film e che recita What I thought would be the last time I saw my friend/But love has ways of bringing things back to life: una dimensione diversa, più profonda e incisiva/inclusiva del Hai un amico in me (ahimè assente – per la prima volta – dal film).
Una riflessione quindi non sulla demonizzazione dei dispostivi (il che sarebbe stato tra l’altro paradossale, da uno studio che ha fatto del digitale e dell’interazione con esso la propria fortuna) né sull’obsolescenza programmata (in tal senso i giocattoli a batterie che salvano Jessie – Smarty Pants, Snappy e Atlas - ne sono un esempio lampante: il Passato recente è sicuramente meglio del Presente) ma sulla necessaria (e forse troppo bonaria) cooperazione con il passato, così come succedeva nel primo episodio (con il quale questo ultimo ha parecchi debiti, narrativi e visivi) dove un nuovo giocattolo (che proveniva dal futuro) tentava (con le buone o le cattive) di rimpiazzare il vecchio.
Ancora una volta però il potere della fantasia, del rapporto interpersonale (e non schermico: si pensi alla “bullizzazione” che riceve la protagonista tramite chat) è il comune denominatore di una “crisi” che è vero diventa sempre più pressante ma allo stesso tempo sempre più riconoscibile e neutralizzabile. Una nota ad alcuni nuovi e spassosissimi personaggi: l’unicorno rosa che fa da destriero a Buzz e Pizza cu ‘e llente (il nome è così anche nella versione madre) doppiato in originale dal rapper Bad Bunny e in italiano da un divertentissimo Sal Da Vinci.