Avete presente quella frazione di tempo in cui ci riscopriamo consapevoli del qui e ora, in attento ascolto di ciò che stiamo provando? Ecco, in una celebre multisala, durante la prima proiezione in lingua originale di Spider-Man: Brand New Day (completamente sold-out), nel momento stesso in cui sul grande schermo appare Jennifer Joseph — la “Torch Lady” della (Sony) Columbia — ho vissuto quel tipo di consapevolezza lì.
Per qualche secondo mi è sembrato di avere dodici anni, in trepidante attesa del cinecomic del tempo che fu: lo Spider-Man di Sam Raimi. La Torch Lady, gemella umana della Statue of Liberty e simbolo dei “valori americani” (qualunque essi siano), annunciava una nuova epoca di intrattenimento. Lady Columbia come Cristoforo Colombo — nome da sempre associato alla scoperta, più che a un feroce progetto di repressione coloniale — spianava la strada. Nel bene e nel male.
È bastato un attimo, prima di tornare di colpo ai miei trentasei anni e realizzare che il fiato sospeso non era mio. Stavo assorbendo la tensione della sala, perlopiù popolata da rappresentanti della Gen Z, capaci di digerire snack ultra-processati molto meglio di me. Quando compare il logo della Marvel, qualcuno scatta una foto. Per quanto possa provare a mimetizzarmi in nome dell’amore antico che mi lega a L’Uomo Ragno (ehi, in edicola si è chiamato così per anni), questo è in tutto e per tutto il loro film. Li osservo, con le t-shirt Bershka di Spider-Man, stretti ai loro popcorn bucket (ormai approdati sulle nostre coste, proprio come Colombo), in attesa di riabbracciare i loro attori. È un bel momento per loro, e mi lascio investire.
In quale “Fase Marvel” siamo? La sesta? I film li ho visti tutti, posso farcela. E le serie? Quasi. Ho visto anche lo special sul Punitore, One Last Kill. E laddove ci saranno lacune, interverrà l’enciclopedia fumettistica. Sono tranquillo. Tutto sommato, mi sento preparato. Sulla carta, Spider-Man: Brand New Day si configura come un nuovo inizio, no?
Il quarto film dedicato allo Spider-Man interpretato da Tom Holland — un traguardo notevole: nel mondo dei supereroi, solo il Thor di Chris Hemsworth è stato legittimato con quattro film “da solista”— in effetti si trascina responsabilità importanti. La prima: rinnovare fiducia nelle produzioni Marvel di Kevin Feige. Ancora? Eh sì. Di certo non si può dire che film come Thunderbolts* e The Fantastic Four: First Steps abbiano rafforzato il patto con lo spettatore, messo a dura prova da sceneggiature insicure. La seconda: consolidare, se non ricostruire, la mitologia dello Spider-Man hollandiano, sprovvisto (per scelta) di una origin story.
La trilogia sul ritorno a casa firmata da Jon Watts — Homecoming (2017), Far from Home (2019) e No Way Home (2021) — si è barcamenata dignitosamente nell’universo transmediale utilizzando quella stessa rete di connessioni e ammiccamenti come spina dorsale del personaggio. Bene ma non benissimo, al punto che ci si è trovati a rubare amici e arcinemici agli Spider-Man di Sam Raimi e Marc Webb, in nome di un — diciamolo — gustoso ma disperato fan service. Non che Jon Watts non abbia meriti: i suoi film, per quanto integrati nel Progetto Feige, hanno saputo rievocare lo spirito dei teen movie — quelli del Brat Pack di John Hughes, Robert Zemeckis e Cameron Crowe — costruendo un progressivo coming of age del personaggio di Peter Parker, prima ancora del suo alter ego mascherato.
E oggi? Alla regia di Spider-Man: Brand New Day c’è Destin Daniel Cretton, già al servizio dei Marvel Studios con Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings (modesto) e Wonder Man, miniserie interessante e nulla più (si vedrà, to be continued, Wonder Man will return). Alla sceneggiatura ancora loro: Chris McKenna ed Eric Sommers, autori degli Spider-Man di Watts. Insomma, che sia un Brand New Day ma non troppo… sia mai che possa rivoluzionare la formula Marvel. Anzi, il Brand. Eppure il tentativo di creare un piccolo mondo spettacolare che basti a se stesso è abbastanza evidente, almeno all’inizio. Al centro delle prime scene c’è New York. E pare una boccata d’aria fresca (si fa per dire), perché Spider-Man è New York, è parte integrante del suo tessuto urbano, della sua frenesia, dei suoi grattacieli e dei suoi tombini fumanti, delle sue sirene spiegate.
L’incantesimo del Dr. Strange in No Way Home ha reciso tutti i legami relazionali di Peter Parker (e Spider-Man). Nessuno sa chi è, né MJ (Zendaya) né Ned Leeds (Jacob Batalon). E forse non siamo mai stati così vicini all’archetipo del supereroe con superproblemi concepito da Stan Lee e Steve Ditko, impossibilitato a una vita normale, un nerd emarginato, solo, tormentato dalle responsabilità e dal senso di colpa. Ma non basta la tabula rasa e una carrellata di villain (Lapide, Boomerang, Tarantula, Scorpione e la setta ninja della Mano, rubata direttamente a Daredevil) a costruire una nuova storia. Ci vuole una certa dose di coraggio a imboccare un sentiero poco battuto.
A uscire rafforzati da Brand New Day sono gli attori, più che i personaggi. Tom Holland è un ottimo Spidey proprio perché eccelle nel ruolo di golden good boy, come lo definisce Fiaba Di Martino. È il Telemaco dell’Odissea di Nolan, e in fondo anche l’Arvin di The Devil All the Time. È il ragazzo dalla faccia pulita che combatte contro bullismo e ingiustizie, preda di una crisi post-adolescenziale e alla disperata ricerca di un mentore… o di un “più adulto” che corra ai ripari quando non puoi più fidarti delle istituzioni. In questo caso, sarà Menelao — ops — Il Punitore, interpretato da Jon Bernthal.
Come Tom Holland è Spider-Man, anche Jon Bernthal è Il Punitore. Perché anche Bernthal è completamente calato nel suo ruolo, quello del reduce con il disturbo da stress post-traumatico. E funziona, non c’è che dire. Funziona nel contrasto (ironico) con Holland, funziona nel suo ambiguo istinto paterno. Così come funziona Zendaya, che forse più di tutti ha avuto modo di intraprendere ruoli più stratificati, ma che allo stesso tempo ha inventato un’icona che rende sbiadita la linea di demarcazione tra attrice e personaggio. Tanto che si potrebbe dire che in Brand New Day Zendaya faccia Zendaya, né più né meno. E non sarebbe nemmeno una critica.
Insomma, ogni tassello combacia nello studiato ingranaggio Marvel. E la storia? A detta dei miei compagni di sala, funziona anche quella. Si emozionano per un bacio rubato tra Spider-Man e MJ, esattamente come ci emozionammo noi per il bacio a testa in giù tra Tobey Maguire e Kirsten Dunst. Si sente anche qualche urletto per l’apparizione di Hulk (Mark Ruffalo). E non importa che i plot twist non siano davvero dei twist, o che la linea comica sia deboluccia, l’importante è che tutto vada come deve andare. Non importa che un’eventuale trasformazione dark dell’eroe — la lotta tra ciò che è e ciò che prova, per la quale il Guardian scomoda addirittura Cronenberg (magari) — venga tenuta a bada e poi abortita. Non importa nemmeno se a un certo punto Brand New Day smetta di essere un film su Spider-Man e torni a essere un film Marvel, ennesimo tassello e preludio di avventure corali che (probabilmente) saranno.
Anzi, forse importa eccome. Importa che riesca a stare dentro quei binari. Del resto, da quant’è che un cinecomic prodotto da Feige non prova a riscrivere le regole, almeno un po’? E perché dovrebbe farlo? Spider-Man: Brand New Day non ne ha bisogno. È un film su un personaggio popolare, amatissimo, intramontabile. C’è Tom Holland, c’è Zendaya. C’è l’azione, c’è lo struggimento interiore, quel tanto che basta da non raccontare l’angoscia, c’è il romance. C’è una storia che, per quanto a tratti claudicante, è credibile e immediata per chi padroneggia il linguaggio Marvel. C’è la tela che tiene insieme gli altri film del franchising, le serie, le miniserie, gli special Disney+. Cosa si può volere di più?
Forse ritrovare il senso di meraviglia. E scusate se è poco. Lo so che Frank Miller, maestro e nume tutelare del supereroe “adulto”, ha elogiato il film, definendolo quello che "più di tutti richiama lo stile di Ditko” (design del costume a parte, per chi scrive quelli sono Homecoming e Far from Home… ma chi scrive non è Frank Miller) . So anche che questo Spider-Man, in tempi così disperati, racconta ancora di speranza, in un modo semplice, afferrabile, luminoso, con un finale tanto prevedibile quanto atteso (e lo dimostrano le reazioni in sala) da chi con i film dello Spider-Man hollandiano è cresciuto. Eppure c’è stato un tempo in cui tradire almeno un po’ il Brand era un atto di coraggio che ripagava e che superava anche la prova del tempo, perché raccontava qualcosa di familiare per noi, non per gli studios. Siamo così fidelizzati da essere anche intorpiditi?
Ma finché Spider-Man ritornerà, c’è speranza anche per noi, che non ci accontentiamo delle pose plastiche che ricalcano in modo piacione le copertine dei fumetti che hanno fatto la Storia. O di un (buon) blockbuster che non accenna a prendersi il rischio. Quello vero, però.