Sono stati tanti i titoli italiani presenti nella 83° edizione del Festival del cinema di Venezia: un po’ sparsi nelle varie sezioni. Tra questi uno dei più interessanti – “soltanto” nella sezione Spotlight – è senza dubbio Serpenti di Roberto De Paolis Maino, scritto dai fratelli D’Innocenzo insieme al regista stesso.
I fratelli D’Innocenzo, nel giro di pochi anni, hanno saputo creare una tale riconoscibilità della loro marca stilistica, per il suo essere aliena e ai margini rispetto alle consuetudini del cinema italiano, da attirare una particolare attenzione intorno a tutti i progetti che li coinvolge – a tale proposito, ha fatto notizia la loro decisione di non firmare la sceneggiatura de La città dei vivi, un altro titolo presente a Venezia, nonostante l’ampio coinvolgimento nel progetto.
La loro autorialità si riconosce per una forte ascendenza letteraria, per l’adesione a generi o sottogeneri poco battuti alle nostre latitudini e per il tagliente sguardo con cui riescono a vivisezionare le storture e i tic della nostra società. Serpenti non fa eccezione e, fin dalla soglia incipitaria, riconosce il debito nei confronti di Flaiano («La situazione politica in Italia è grave… ma non è seria») e del suo sguardo spietato e corrosivo sul contemporaneo, per poi entrare prima dentro Dostoevskij (Delitto e castigo) e poi nell’universo kafkiano.
Un marchingegno che ben si sposa con la regia di De Paolis Maino che scarnifica il suo sguardo e sceglie di fare ampio uso di lentissime carrellate, grandangoli e fluttuanti dissolvenze incrociate per immergere lo spettatore dentro l’assurdità della condizione in cui si trova il protagonista.
Facciamo un passo indietro e andiamo alla storia. Paolo Marra (Leonardo Lidi) uccide la moglie e decide di costituirsi. Trafelato e titubante si dirige a una stazione di polizia e lì entra in un microcosmo dell’assurdo da cui uscirà (per poi rientrare) ancora più turbato e disorientato. La caserma è un non-luogo – composto di corridoi silenziosi, asettiche e spoglie stanze, disadorne scrivanie e vecchi archivi – popolato da quei funzionari infastiditi, inerti e indifferenti alle cose e alle persone contro cui spesso ci capita di incappare nelle più svariate situazioni quotidiane.
Marra viene poi ricevuto da un poliziotto (un ottimo Alessandro Borghi le cui capacità e attitudini comiche andrebbero esplorate più spesso) con un fastidioso mal di testa che oscilla tra una costretta empatia e un’irrefrenabile inazione. Poi Marra viene assegnato a un giovane avvocato (Pietro Castellitto) che fa di tutto per convincerlo che in fondo qualche ragione ce l’aveva per ammazzare la moglie ed è solo divorato dal senso di colpa – quel castigo dostoevskijano su cui, secondo l’avvocato, è fondata la società contemporanea. Infine, l’ultimo incontro prima dell’epilogo è con Stella (Valeria Golino), una figura onirica e rivelatoria nell’ennesima stanza-buco nero della caserma.
Al personaggio della Golino è affidato il messaggio più importante: Marra, per farsi notare e per essere veramente considerato dalla polizia, deve uccidere un’altra persona, o meglio: un uomo. Un marito che uccide la moglie non fa più notizia: il femminicidio viene ormai percepito come la normalità e i mezzi di comunicazione insieme alla società civile non fanno altro che regolarizzarlo e minimizzarlo come ricorda benissimo il personaggio di Castellitto (c’è sempre un buon motivo per ammazzare una moglie o in generale una donna, parafrasando). L’ultimo bellissimo e glaciale sguardo che Valeria Golino rivolge alla camera è lo schifato stato d’accusa a noi spettatori, conniventi di ciò che accade tutti i giorni.
Proprio i D’Innocenzo sono stati alcuni dei primi autori maschi a guardare negli occhi l’uomo maschilista e sessista ancora dominante nella nostra società, e ne hanno mostrato il nucleo violento e l’abbruttimento a partire dal personaggio di Elio Germano in Favolacce, loro folgorante esordio. Questa volta lo smascheramento avviene in modo più sottile: facendo empatizzare lo spettatore con Paolo Marra e rappresentando quest’ultimo come un unicum in una realtà di stralunati, per poi ricordarci sul finale, con una climax semplice ma ben gestita, che lui ha ucciso la moglie, nel caso ce lo fossimo dimenticati, e che la violenza di genere è talmente radicata che può risiedere in un uomo apparentemente bonario e pacato come quello interpretato da Leonardo Lidi (bravissimo nelle sfumature della sua performance: forse abbiamo scoperto un nuovo importante volto del nostro cinema).
La struttura rigidamente tripartita – è come se il film fosse composto da tre cortometraggi da mezz’ora in cui si ripropone la stessa struttura binaria che ci porta a vedere i tre interlocutori del protagonista come riflessi della sua interiorità scissa – può risultare una gabbia limitante, eppure a ben vedere proprio questo sembra l’intento di un film che conduce in un labirinto, un eterno déjà-vu, all’interno del quale una società marcia e indifferente si mostra nella sua grottesca e raggelante decadenza.
Dietro i sommessi sorrisi che il film ci provoca (un “ci” che si rivolge soprattutto a un “noi” in quanto spettatori maschi), emerge sempre più inquietante, come una fitta acuta, la consapevolezza che l’assassino non assomiglia a un mostro, bensì al timido vicino di casa o a una parte (quanto nascosta?) di noi che la società ha fatto germogliare fin dalla tenera età. Speriamo di rendercene conto – quanto prima possibile, in quante più persone possibili – per estirpare quel seme della violenza.