Avvicinandoti alla visione de I figli della scimmia, primo lungometraggio di Tommaso Landucci, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura e la miglior interpretazione maschile (Riccardo Scamarcio) all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, potresti pensare che sia un film sulla solitudine di due genitori che devono crescere (in Italia) un figlio disabile senza aiuti, che poi diventa un film sulla genitorialità in senso più ampio, sui desideri e sulle aspettative tradite, che non sono solo quelle di un padre e di una madre di un figlio disabile, ma sono le stesse di un genitore qualunque.

I figli della scimmia è anche un film sulle differenze (come distinzione nel confronto con l’altro), non solo sulla diversità (come deviazione), e più nello specifico è un film che guarda con estrema indulgenza a uno degli errori umani più diffusi (e latore di innumerevoli scompensi nelle dinamiche familiari), quello che in psicologia si chiama favoritismo genitoriale o trattamento differenziale dei genitori.

Una favola di Esopo, Le scimmie e la loro madre, fornisce lo spunto di partenza evocativo per il soggetto originario del film, vincitore nel 2021 del Premio Solinas, ma anche il suo punto di rottura, la scintilla che accende l’azione drammatica dei personaggi: una scimmia dà alla luce due cuccioli, ma ama smodatamente solo uno, trascurando e disprezzando il secondo. Per ironia della sorte, sarà il primo a soccombere.

Dario (Riccardo Scamarcio) e Ginevra (Lidiya Liberman) sono genitori di Enrico (Andrea Aggio), un ragazzino affetto sin dalla nascita da una forma di disabilità fisica e motoria che non limita però una grande forza empatica e relazionale. Dario è un padre molto presente e disponibile, capace di condividere con la sua compagna il peso di una cura parentale a tratti sfiancante.

Roberto (Fausto Russo Alesi) e Linda (Cristina Odasso) sono invece i genitori di un altro adolescente, il quattordicenne Giacomo (Tancredi Naldini), il nipote di Dario, figlio di suo fratello. Lo strettissimo legame tra i due nuclei familiari si incrina nel momento in cui Dario confonde i ruoli e proietta le sue aspettative (deluse dalla disabilità del figlio) sul nipote “normodotato”, ma ugualmente non accettato da suo padre per quello che è.

In un gioco di riflessi costruito sugli specchi scivolosi di un’umana debolezza (la predilezione per un figlio che ci somiglia e l’aspirazione al figlio mancato) si dipana la trama di questo film silenzioso (sceneggiatura asciutta) e potente (fotografia protagonista) capace di lanciare con apparente semplicità un potentissimo messaggio: un figlio non è un tuo erede, non ha il dovere o il compito di soddisfare tutte le tue aspettative; un figlio è altro da te, puoi dargli il tuo amore, ma non i tuoi pensieri.

I figli della scimmia è una pellicola coraggiosa e rara, perché sceglie le forme di una comunicazione sommessa e rarefatta per sondare il terreno di una genitorialità in crisi, una genitorialità che attraversa diversi cortocircuiti: il primo tra il diktat di un immaginario collettivo perfezionista e la realtà quotidiana, il secondo causato dalla circolarità delle relazioni familiari che riporta a galla continuamente vecchi traumi irrisolti di generazione in generazione, di ruolo in ruolo. Spesso non siamo i genitori/figli che avremmo voluto essere e ci troviamo, nostro malgrado, a comportarci esattamente come non avremmo voluto o, peggio, come accusiamo i nostri genitori/figli di aver fatto.

La grammatica scelta per il film esprime squisitamente questo trigger relazionale. I protagonisti sono chiusi in una scatola visiva in 4:3 che stringe il loro spazio vitale e sfumati con un tono di colore terroso e anticato dal sapore di nostalgia. La macchina da presa è spesso ferma fuori da una porta, l’attenzione è sempre rivolta sul soggetto. I campi lunghi ci mostrano il mondo essere uno spazio vasto, ma senza visione laterale; lo sguardo dello spettatore e la vita del protagonista sembrano intrappolati in una gabbia verticale.

I primi piani stretti sugli occhi di Riccardo Scamarcio (in stato di grazia) accentuano vorticosamente il senso di solitudine, alienazione e fragilità del suo personaggio. Dario appare e si sente minuscolo, schiacciato dall’immensità dello spazio circostante, dai confini rigidi dello schermo, ma anche dalla sua incapacità parziale di assolvere al ruolo assegnato di genitore-eroe. La scelta fotografica del regista Landucci (aiuto regia di Luca Guadagnino in A Bigger Splash) ha dato alla pellicola uno stile deciso e coerente, basato su una luce naturale molto materica, capace di portare con forza lo spettatore dentro alla storia di questa famiglia italiana.

Ultimo dato, non scontato, da rilevare: l’inusuale cifra di sobrietà con cui Landucci riesce a trattare il tema della disabilità, con rispetto, sincerità e senza falsi pietismi. Lo aiutano in questo senz’altro anche la bravura di Andrea Aggio, al suo esordio come attore, la fortissima empatia costruita sul set tra lui e Scamarcio, e una sorta di saggezza nuova mutuata dal territorio della riabilitazione: non guardare a ciò che ti manca, ma cerca di sfruttare quello di buono che hai. Vale per disabili, adolescenti, per Andrea e per tutti i genitori che vorrebbero i figli fossero persone diverse da quelle che scoprono di essere crescendo.

James Ivory, produttore esecutivo del film, quando ha letto la sceneggiatura de I figli della scimmia ha dato al suo autore un unico consiglio: “puoi solo amare i tuoi personaggi, stargli accanto ed esserci per loro”. Sono le stesse parole che anche Dario dirà a suo fratello quando cercano Giacomo che è scappato: “puoi solo amare i tuoi figli, ed esserci per loro, ma devi accettare che loro sono persone diverse da te”. Un altro rispecchiamento cinematografico che adoriamo.