Venezia e il turismo hanno una lunga storia d’amore e odio. Dagli anni Cinquanta molte cose sono cambiate, ma non l’approccio né le sensazioni che la città, questo “parco giochi sull’acqua”, come viene definita in Tempo d’estate, continua a trasmettere a molti visitatori.

Come spiega un uomo sul treno a Katharine Hepburn, Venezia o la si odia per il suo silenzio o la si ama per il suo rumore, ma la maggior parte della gente la trova semplicemente bellissima.

Così accade anche ai personaggi del film, dove la regia marcata di David Lean, fatta di dettagli sui gioielli più preziosi della città, come alcune patere, o i celebri battitori dell’orologio di San Marco, ampie panoramiche e piani americani, sembra voler smontare e rimontare Venezia per restituirla allo spettatore attraverso lo sguardo del turista.

Infatti, tutto passa attraverso gli occhi – a tratti severi, ma profondamente malinconici – di una Hepburn nei panni della signorina Jane Hudson: ancora dotata dell’espressività e delle movenze giovanili, ma racchiusa in un corpo segnato dal tempo e distante da quello con cui il pubblico è abituato a identificarla.

Jane Hudson viene dall’Ohio ed è in viaggio da sola per cercare una parte di sé che ha perduto. Incontra altri connazionali del Midwest che ben ricalcano gli stereotipi degli americani in vacanza, barricati dietro le loro complesse tabelle orarie, in cui ogni cosa è pianificata per sfruttare il tempo nel migliore dei modi. Jane però non è così, vuole liberarsi di queste vesti e la sua indipendenza la porta a fare amicizia con un piccolo bimbo veneziano che a suo modo la aiuta a uscire dalla sua corazza e a esplorare le cose intorno a lei.

Come spesso accade nei suoi ruoli, il personaggio interpretato da Katharine Hepburn si muove sul confine tra elementi femminili e maschili: ci sono momenti in cui appare affascinante e civettuola, ma subito dopo torna a essere goffa, quasi mascolina.

Emblematica è sicuramente la scena in cui l’italiano Renato (Rossano Brazzi) le ruba un primo bacio: inizialmente si abbandona tra le sue braccia, ma poi fugge via, e da lontano alza la voce, adottando un tono brusco e impostato, più simile a quello di un uomo che vuole tenere le distanze.

I paesaggi veneziani si intrecciano alla storia d’amore tra la turista americana e l’italiano sposato, ma soprattutto alla malinconia che deriva dall’età dei protagonisti: entrambi portano con sé un passato significativo – come accade a tutti, prima o poi – e si affacciano su un orizzonte che non è più quello spensierato della giovinezza, ma uno sguardo più consapevole, capace forse di comprendere davvero ciò che vede, come afferma la pittrice americana nel film.

Tempo d’estate non è più il tempo dei lieti fine da favola, racconta ciò che viene dopo, quando cadono le illusioni, e restano la tristezza e la desolazione di due anime che, per poter andare avanti, devono rinunciare ai capricci della giovinezza.