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“Miroirs no. 3” o come rendere materiale un fantasma
Come ci ha abituato tutta la filmografia di Petzold, da Ghosts a Wolfsburg, o Transit e Undine, anche questo film parla di spettri, di figure svuotate che sognano la vita. I personaggi del regista berlinese sono sempre entità liminali che vagano sul bordo del vivere collettivo, creature invisibili che possono realizzarsi solo attraverso la scoperta dell’altro. In un mondo ossessionato dal culto del sé Petzold racconta il bisogno di guardare l’altro non come un mezzo, ma come un fine: solo così i fantasmi possono diventare corpi.
“Il cielo brucia” nel terremoto della rappresentazione
In confronto al modello rohmeriano, lo sguardo spettatoriale rimane sempre leggermente laterale rispetto a quello del protagonista. Assiste al suo sonnambulismo ma con divertita ironia. Secondo Montaigne il compito di un artista non è descrivere l’essenza delle cose ma l’oscillazione tra le cose. È un passaggio in esergo a un saggio di Werner Hamacher sul terremoto della rappresentazione in von Kleist, saggio a un certo punto citato da Nadja all’editore di Leon. Anche lo spettatore prova questa oscillazione.
“Undine – Un amore per sempre” fra le onde ricorsive del destino
Undine – Un amore per sempre, del regista tedesco Christian Petzold, racconta come l’amore dovrebbe essere e come lo sogniamo, divincolandosi dalle catene, che il regista soffre come limitanti, della sua mitologia di partenza. Ma insinua anche con ironia e un’insolita nota di tensione quanto siamo tutti potenziali vittime di allucinazioni di varia natura nel momento della fine di una relazione, e quanto ci raccontiamo favole romantiche per sostenere il trauma. Il sospetto che, dopo l’apertura al tavolo della caffetteria, Undine intraprenda un viaggio fantastico nei suoi desideri, avulso dalla realtà -che paradossalmente è proprio quella del mito- è il più sottile prestigio orchestrato da Petzold nei 90 minuti del film, e non ci si stacca mai di dosso.