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“L’amore che rimane” e le incrostazioni di un sentimento finito
L’amore che rimane, girato in pellicola 35mm e congelato in una fredda orizzontalità di sguardo spesso fatta di totali fissi, è in grado di sorprendere con invenzioni calde e sensuali. Pálmason è un esteta delle immagini ma non ne fa mai uno sfoggio decorativo, impiegandone la limpida e audace flagranza come bisturi per ferire lo sguardo spettatoriale. Un film umile e sincero che cerca di non assomigliare a niente altro, leggero come una piuma e al contempo aspro e primordiale come lo scenario naturale in cui deambulano i personaggi.
“Godland” tra produzione e distruzione
Pálmason fonda la narrazione su un motivo finzionale: sette fotografie ritrovate dell’Islanda di metà Ottocento. La missione di Lucas è anche quella di immortalare il paesaggio naturale e umano dell’isola, al tempo sotto protettorato danese. Ma l’attrezzatura si rivela un peso, il paesaggio troppo inospitale non solo da attraversare ma anche da essere immobilizzato dalla fotografia. Le lunghe esposizioni necessarie ai tempi per catturare le immagini impongono ai soggetti ritratti di rimanere fermi.