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“Rolling Thunder Revue” di Martin Scorsese e il camouflage del documentario

Proprio per contribuire al velo di mistero che da sempre avvolge il menestrello di Duluth, Scorsese camuffa la realtà, introducendo nella storia personaggi inventati: Van Dorp, il regista che tenta di realizzare un film sul tour non è mai esistito e la testimonianza di Sharon Stone è pura fantasia. Il produttore del tour, anch’esso un personaggio fittizio, diventa invece il villain di turno, che preferirebbe trasformare il Rolling Thunder Revue in una macchina da soldi, piuttosto che in un’esperienza intima e riconciliante. Il tour di Dylan – come è lui stesso a dichiarare sul finale – fu finanziariamente disastroso. Ma dal punto di vista umano divenne un trionfo. Il musicista donò ai giovani quello che cercavano: un senso di comunità e di unione nel quale ritrovare se stessi. 

“Pull My Daisy”, cinema beat

Beat: colpo, battito. Tac tac sulla macchina da scrivere: prima il ritmo, poi pensieri e frasi. Una scrittura che flirta col bebop, da cui deriva musicalità e gusto per l’improvvisazione. Pull My Daisy, sprovvisto di dialoghi e presentato nella rassegna New York Stories, si affida totalmente alla voce fuori campo di Kerouac.