Un clandestino rifugiato (Charles Boyer) si muove a Parigi, nel 1938, perseguitato dal sogno ricorrente della ragazza torturata e uccisa dai nazisti davanti suoi occhi e dall’eco della risata di quel gerarca (Charles Laughton), sadico e spregevole, che gli ha lasciato una lunga cicatrice sul volto.
Questi personaggi si aggirano tra gli Champs Elysées e i bistrot vicini all’Arco di Trionfo insieme all’amico russo del protagonista, una volta tenente colonnello ora portiere di un locale, e a una giovane donna smarrita nella pioggia della notte parigina, un’altra clandestina di nome Joan Madou (Ingrid Bergman), che trova subito rifugio, protezione e amore tra le braccia di Ravic, uno dei tanti pseudonimi del protagonista.
Il talento perfezionista di Lewis Milestone si mette al servizio di una storia perfettamente inserita nel cinema classico hollywoodiano, che riecheggia con tanti elementi – il triangolo amoroso seppur disequilibrato, il cronotopo del bistrot, la figura del rifugiato politico, Ingrid Bergman – un classico senza fine come Casablanca.
I due film propongono anche una simile ibridazione dei generi, mescolando tra loro il romance, il period movie e il noir, con quest’ultimo, onnipresente, che funge da grande scenografia dentro cui si collocano azioni che sembrano seguire un copione già scritto da un fato irreversibile e lanciato verso la tragedia.
Proprio la messinscena è curata nei minimi dettagli dallo scenografo William Cameron, già collaboratore di Milestone, e si unisce alla fotografia strepitosa di Russell Metty, dominata da contrasti totali tra il bianco e il nero.
Teatro della scena è quindi una Parigi cupa e malinconica, costantemente segnata dalla pioggia, e avvolta nelle ombre della sera, mentre la luce fa capolino e intaglia i volti dei personaggi. Di questi ultimi, spesso colti in insistiti primi piani, vediamo le rughe, le piccole increspature, le variazioni di espressioni che sono il riflesso delle crepe di animi già deragliati, già sconfitti dal corso della Storia.
C’è ovviamente il tema della vendetta verso il feroce carceriere, ma quello che interessa primariamente a Milestone sono l’incontro e la storia d’amore di due sradicati, due espulsi dalla propria terra natia e dal mondo.
Joan Madou è fragile e disperata sin dal primo momento, si aggrappa con tutte le forze alle maniere sicure e autorevoli di Ravic e pensa e spera che l’amore che nasce fra loro possa essere la sua scialuppa di salvataggio, la possibilità di scappare e rifarsi una vita.
La condizione dell’amato, però, è troppo instabile, costantemente costretto com’è a vivere nell’ombra, essere espulso e tornare aggirando la frontiera, ma per chissà quanto tempo. Viste le premesse, è facile immaginare come il finale non possa che essere tragico, senza alcun tipo di palingenesi.
Arco di trionfo doveva essere un progetto mastodontico, lungo circa 224 minuti, poi non mancarono i problemi produttivi e Milestone fu costretto a portarlo a 115, prima che l’attuale bellissimo restauro recuperasse 18 minuti perduti. È uno degli ultimi film del grande regista prima che finisse nel mirino del maccartismo vedendo la sua carriera andare inesorabilmente in declino.
Fa impressione la capacità di Milestone di compattare un materiale tanto versatile che entra ed esce dai generi per diventare universale e raccontare una storia senza tempo. L’universalità, unita alla linearità del racconto e all’estremo rigore compositivo – ogni inquadratura è perfettamente calibrata e al posto giusto –, è una delle grandi caratteristiche del suo cinema.
Negli anni è stato inspiegabilmente sempre meno ricordato tra i grandi maestri della Hollywood classica; ora riscoprire i suoi film significa recuperare l’arte di un finissimo artigiano della settima arte.
In più ci sono una splendida Ingrid Bergman in un ruolo disperato e fragile, e un magnetico Charles Boyer in una delle prove più intense della sua carriera: sorriso beffardo, sguardo impenetrabile, postura mai scomposta, e un’impermeabilità agli eventi che portano il personaggio a prendere una piega sempre più cinica, ormai insensibile alla vita. Alla fine, anche lui deve arrendersi al proprio destino, troppo a lungo rimandato.
Arco di trionfo ci riporta allo splendore del cinema degli anni Quaranta, con le sue storie mosse dal fato, crudeli e realistiche, ma anche trasportate da un incanto invisibile e da una dolce malinconia che fa volteggiare l’animo. Un cinema di cui Lewis Milestone era finissimo realizzatore.