È interessante notare come quest’anno il cinema europeo stia ragionando, direttamente o meno, sul ruolo delle energie rinnovabili nei territori, esplorandone la sua capacità di creare – riproponendo il classico schema capitalistico-speculativo – fratture in contesti fragili, marginali, feriti. Per esempio, l’ultimo Orso d’oro a Berlino, Alcarràs, metteva in crisi la forma simbolica dei pannelli fotovoltaici raccontandone la forza desolatrice che la sistematizzazione del mercato delle energie rinnovabili aveva perpetuato nei piccoli angoli di mondo.

As bestas di Rodrigo Sorogoyen – ultimo lavoro di un regista che sta progressivamente diventando un grande nome del cinema europeo, presentato a Cannes e in prima italiana a Roma – parte da una frattura simile. Una coppia francese di agricoltori si trasferisce in un piccolo paese nei monti spagnoli della Galizia e da subito si scontra con gli abitanti in un’opposizione noi/loro, tra francesi e spagnoli, tra chi è arrivato per scelta e chi è rimasto per obbligo, tra chi ha prospettiva di cambiamento e chi di sopravvivenza, un contrasto tra ultimi e ultimissimi di una contemporaneità disarmante.

L’evento scatenante però è proprio il possibile arrivo delle energie rinnovabili. Le multinazionali dell’eolico, sempre fuori campo, si offrono per acquistare terreni. L’offerta – insignificante in relazione al bene, ma rilevante in relazione alle loro vite – amplia i divari e le tensioni, come un veleno, tra chi vuole vendere e chi no, ma soprattutto tra chi non vuole vendere (Antoine e Olga, la coppia francese protagonista) e chi, a causa loro, non può farlo pur volendolo (i vicini di casa).

Da questa premessa, Sorogoyen realizza un film sui divari sottili del nostro presente, scendendo in profondità nelle motivazioni, alle origini degli strappi. Come i lentissimi e quasi impercettibili zoom in che ricorrono nel film, As Bestas delinea il particolare, partendo da un tutto che già di per sé era circoscritto. L’investigazione – che è minima in questo film – sembra nascere nel rapporto tra spettatore e personaggi. Sorogoyen si avvicina agli intrecci con lunghi dialoghi, discussioni e confronti (che sono le vere scene madri) per scovare l’estremamente umano che allo stesso tempo è estremamente “bestiale”.

Infatti, come suggerisce il titolo e l’intera sequenza iniziale in slow motion in cui una serie di “aloitadores” catturano cavalli a mani nude – evidenziandone non solo la ferocia, ma anche l’irrazionalità dell’azione – As Bestas mette alla prova l’uomo nel suo essere animale e nel suo rapporto con la natura che è salvifico e deleterio, vitale e mortale allo stesso tempo. Questo confronto – che si presta anche per uno scontro reazionario/progressista (tra violento/non violento, scappare/resistere, attaccare/difendersi, per cui tutto in un modo o nell’altro chiama a una scelta) – lascia spazio a un altro elemento centrale del film, ovvero lo strumento di difesa che Antoine sfrutta con i vicini di casa: una piccola telecamera e le sue immagini usate come scudo e tutela.

Pensando a Cechov quando diceva che “se in un racconto compare una pistola, bisogna che prima o poi spari”, Sorogoyen sembra voler dire che se compare una telecamera questa prima o poi deve filmare. Il problema però sta nel guardare il girato, non nel girarlo. E forse As Bestas ci dice che manca un occhio, uno sguardo giudicante, che faccia ordine. E malgrado tutto sembra non serva essere guardati o “dominati” per fare, anche se in balia di se stessi (e dei propri istinti animali), una scelta (umana) e non vacillare nemmeno un secondo.