Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“Infinito: l’Universo di Luigi Ghirri” e l’enigma del paesaggio

Infinito fu un progetto fotografico di Luigi Ghirri del 1974. Il lavoro consisteva in 365 fotografie di cieli diurni, una per ogni giorno dell’anno. Cosa spingeva un artista a fissare il cielo tutti i giorni per un anno? Non certo follia, piuttosto alcuni pensieri, sull’arte, la fotografia, la vita, la società contemporanea. Parte da questi pensieri, Matteo Parisini per riscoprire la figura del fotografo emiliano. Prodotto in collaborazione con Sky Arte HD e Rai Cultura, Infinito: l’Universo di Luigi Ghirri fa rivivere, attraverso la voce di Stefano Accorsi, la parola dell’autore cercando di evidenziare il legame tra opera e pensiero.

“La California” tra la via Emilia e il West

L’invito del grande Pier Vittorio Tondelli nel racconto “Viaggio” (Altri Libertini, 1980) a farsi riempire la testa di storie risuona chiaro nel nuovo film di Cinzia Bomoll, ambientato in quella stessa provincia emiliana sulle cui strade lo scrittore “spolmonava” quello che aveva dentro e raccontava i molteplici itinerari esistenziali che incrociava. La California intreccia le storie degli abitanti della frazione/finzione emiliana con la narrazione di formazione di Ester e Alice, sorelle gemelle, figlie di Yuri, un padre punk eterno adolescente che alleva maiali, e di Palmira, una madre irrimediabilmente depressa e disorientata dalla fine del comunismo.

“Armageddon Time” famigliare e politico

Gli anni Ottanta che Gray mette in scena non hanno niente delle colorate e nostalgiche ricostruzioni pop che popolano tanti piccoli e grandi schermi degli ultimi anni: i sobborghi della Grande Mela dove si muove il protagonista sono spenti, le case anguste, le scuole pubbliche fatiscenti e abbandonate dai finanziamenti statali, le metro una replica meno metafisica e assai più concreta di quelle dei Guerrieri della notte. Ovunque si avverte una tensione sociale e razziale  figlia di quegli anni difficili (seppur cotonati e avvolti dalla disco music) a un passo dall’elezione a presidente di Ronald Reagan, che non avrebbe certo migliorato le cose.

“Kill Me If You Can” e una storia di ordinaria follia

Non è la prima volta che Infascelli si confronta con la riflessione biografica: da S Is for Stanley a Mi chiamo Francesco Totti è l’esperienza individuale che contribuisce a sostenere o a creare il mito e in questo suo ultimo lavoro gli aspetti tipici del character study raggiungono, in chiave documentaristica, un risultato molto interessante. Lontano dal voler fornire una giudizio, Kill Me If You Can sembra voler cominciare sotto le sembianze di documentario divulgativo ma l’irruzione del found footage lo fa incappare in continue digressioni che rimandano anche all’immaginario dei grandi classici del cinema italiano e americano.

“The Fabelmans” dove vince la leggenda

Il cinema dimostra qui la sua duplice natura. Da una parte svela quello che l’occhio umano non vede, che la mente relega ai sogni che non si vogliono interpretare (d’altronde, come dice il piccolo Sammy quando per convincerlo a entrare in sala gli viene detto che il cinema è un sogno, “i sogni fanno paura”). E dall’altra crea una realtà alternativa, dove tutto va come deve andare, dove si possono tagliare al montaggio le parti scomode e sbagliate, gettandole nel cestino. Tra verità e leggenda, nel cinema, vince la leggenda. Nel cinema di Spielberg sicuramente, e per noi va benissimo così.

“Piove” tra Stephen King e Ari Aster

L’opera miscela gli stilemi del genere thriller/horror con il dramma familiare, strizzando l’occhio alla poetica di Ari Aster. Suddiviso in tre atti – Evaporazione, Condensazione e Precipitazione – ha come suo punto di forza la fotografia di Cristiano Di Nicola.  La macchina da presa si muove lenta e sinuosa in spazi tetri e angusti, cambiando spesso la messa a fuoco e la sua angolazione: inquadrature dall’alto, dal basso, campi lunghi, primi piani, grandangoli, dettagli, riflessi. Senza tralasciare le superbe panoramiche a schiaffo che permettono di giocare con la verticalità e l’orizzontalità delle immagini e non solo.

“As bestas” e l’istinto animale del presente

Sorogoyen realizza un film sui divari sottili del nostro presente, scendendo in profondità nelle motivazioni, alle origini degli strappi. Come i lentissimi e quasi impercettibili zoom in che ricorrono nel film, As Bestas delinea il particolare, partendo da un tutto che già di per sé era circoscritto. L’investigazione sembra nascere nel rapporto tra spettatore e personaggi. Sorogoyen si avvicina agli intrecci con lunghi dialoghi, discussioni e confronti (che sono le vere scene madri) per scovare l’estremamente umano che allo stesso tempo è estremamente “bestiale”.

“The Lost King” e gli sconfitti vincitori

Con la protagonista di The Lost King, interpretata da una sempre bravissima Sally Hawkins, Frears aggiunge un altro ritratto alla sua galleria di sconfitti vincitori, di donne piccole piccole che nel perseguire un obiettivo, nell’inseguire la verità e difendere i propri principi, salvano se stesse e si fanno gigantesche, come era successo a Judi Dench in Philomena e a Meryl Streep in Florence (e in modo non troppo dissimile anche alla Queen di Helen Mirren). La costruzione è quella di un thriller, di un giallo con alla base un’indagine folle e un po’ insensata, ma forse proprio per questo così incredibilmente coinvolgente.

“Raymond and Ray” tra lutto e famiglia

È curioso vedere come il cinema contemporaneo negli ultimi anni si sta approcciando a tematiche delicate come il rapporto genitori-figli e l’elaborazione del lutto: nei modi più disparati, mediante tagli e generi differenti. Citandone alcuni, si pensi ai recentissimi The Whale di Darren Aronofsky e The Son di Florian Zeller, che raccontano di padri assenti con toni intimi e dal forte impatto emotivo; ma si potrebbe benissimo scomodare anche il sovversivo Ari Aster che è in grado di affrontare il discorso sul lutto con una forza catartica ineguale. Argomenti questi centrali anche in Raymond and Ray, in concorso alla Festa del cinema di Roma 2022 e in programmazione su Apple+. 

“L’Envol” nel cuore magico della semplicità

Con l’ausilio del fedelissimo Maurizio Braucci e di Maud Ameline, Pietro Marcello scrive e dirige il suo primo film francese affidandosi alla forza delle suggestioni, utilizzando l’ambiente, le luci, i colori e i suoni come veri e propri attori. Un’opera che trova nella sua semplicità la vera magia, svelando progressivamente un inedito punto di vista femminile. Di fatto, L’Envol è solo all’apparenza limpido e immediato, ma nasconde sotto la delicatezza delle immagini un sistema simbolico profondo che ragiona tanto sulle possibilità del medium narrativo quanto del suo futuro produttivo.

“Lynch/Oz” e la moltitudine di sguardi

Dopo i passaggi al Tribeca e al festival di Karlovy Vary, spunta alla Festa del Cinema di Roma un titolo peculiare ed estremamente diretto: Lynch/Oz, una vera e propria esegesi critica di Alexandre O. Philippe. Ambasciatore del film-saggio (dalla “scena della doccia” in Psycho al rapporto contorto che intercorre tra George Lucas e i suoi fan), Philippe emerge dall’ultima fatica sulla Monument Valley e il suo ruolo nella storia del cinema per un documentario decisamente ambizioso. Sì, perché come sempre accade con i lavori “cinemaniaci” di Philippe, Lynch/Oz finisce per sconfinare e diventare un irresistibile compendio sull’eredità morale ed estetica de Il Mago di Oz nella cinematografia contemporanea.

Ritratto cinefilo di James Ivory

James Ivory, dopo il successo degli anni Novanta, è ingiustamente diventato un sinonimo di stile laccato, di riduzioni inamidate di classici della letteratura, di raggelata freddezza decorativa. L’Oscar vinto a novantaquattro anni per la sceneggiatura tratta dal romanza di Aciman, l’omaggio e il premio che gli è stato attribuito alla Festa del cinema di Roma e il suo nuovo (bellissimo) documentario, A Cooler Climate, ci permettono di compiere una ricognizione nella vita e nella carriera del più inglese dei registi americani, come ha detto qualcuno.