Ogni documentario opera sul rapporto (di prossimità o distanza, coincidenza o contrapposizione) tra un qui (la realtà presente della produzione e della fruizione) e un altrove (la determinata realtà spazio-temporale che le immagini hanno catturato). In Auber 89, questo altrove è più precisamente un allora, il quartiere popolare di Aubervilliers, alla periferia di Parigi, negli anni Ottanta. Come metterlo dunque in comunicazione con il qui di un'Europa multiculturale percorsa dalla paura per il migrante e la nuova ascesa dei nazionalismi?

Il regista Giuseppe Schillaci sceglie come tramite un corpo smemorato, quello di Fatsah Bouyahmed, attore noto per le sue commedie nazional-popolari (tra cui il successo In viaggio con Jacqueline, 2016). Il comico, d'origine algerina, in seguito a un incidente non riesce più a riconoscere il proprio passato: è così che, attraverso il lavoro del regista sull’archivio video comunale, Fatsah riscopre, insieme allo spettatore, questo altrove.

Schillaci sembra essere stato affascinato non soltanto dal materiale ritrovato, ma anche dal mezzo attraverso cui quel materiale ci è giunto, le tecnologie video dell’epoca, e dall’utopia partecipativa e democratizzante veicolata. La gran parte dei filmati proviene dalle documentazioni sulla riqualificazione del quartiere, concepite nell’ambito del progetto Banlieues 89 promosso dalla presidenza socialista di Mitterrand.

Più che verificare lo stato degli edifici, quelle immagini miravano a indagare le condizioni di vita, i bisogni e le necessità degli abitanti. Accanto al materiale istituzionale trova posto inoltre una viva produzione dal basso, come quella dell’emittente pirata Télé Alphonse Jouis, che, oltre a trasmettere clandestinamente il più vario intrattenimento, offriva finestre di approfondimento sulle urgenze quotidiane degli ultimi, in un'ottica di aiuto comunitario.

L'altrove che vi si ritrova dunque non è semplicemente una realtà problematica, ma un'idea di società; idea (il quartiere come comunità autonoma, plurale e partecipativa) quanto mai distante da un presente atomizzato, in cui il primo sospettato di ogni crisi è sempre il proprio vicino (ovviamente migrante). A scongiurare il rischio di una chiusura nella nostalgia per lo Stato sociale è il fatto che quest'idea rimanga circoscritta nella sfera dell'utopia. D'altronde, come avrebbe potuto compiersi una democrazia dal basso all’interno di una società ancora così profondamente paternalista?

Attraverso l'adolescente Fatsah ci avviciniamo alla condizione giovanile di allora, al suo inascoltato bisogno di spazi e di parola. Di tutto quel vitalismo, al nostro presente è pervenuta soprattutto la sua codificazione spettacolare, L'odio di Kassovitz, realizzato in realtà nella fase successiva, quando anni di repressione delle istanze giovanili si erano ormai convertiti in un'apocalittica regressione tribale. Piuttosto che lavorare entro il codice per mistificarlo, il regista fa leva sulle similitudini con il proprio vissuto, l'infanzia nella periferia palermitana degli anni Ottanta, utilizzando anche filmini di famiglia in Super 8.

Ma è soprattutto la distanza temporale a rivelare come le crepe di allora si siano irrimediabilmente trasformate nelle voragini di oggi. Se, al termine della visione del materiale mostratogli dal regista, Fatsah appare più ferito che riconciliato, è perché ciò a cui ha assistito è il crollo di un’utopia. Eppure Auber 89, rifiutandosi di chiudere quell’altrove nella gabbia del codice o di un passato rassicurante, operando per mimesi con le macerie del presente, mantiene una breccia aperta affinché un'altra idea di società possa affiorare, un altro presente possa essere immaginato.