Dopo quasi sei anni di assenza dalle sale torna lo Zalone movie, che nel gennaio del 2020 (a pochi mesi dalla pandemia) aveva raggiunto la vetta del box office con incassi da record e oggi pare non aver perso l’appeal verso il pubblico pagante. Ma sei anni non sono pochi, in un lustro o poco più ne sono successe di catastrofi tra allerte pandemiche, guerre e genocidi e la società è inevitabilmente mutata sotto queste pressioni sanitarie e geopolitiche, ma Checco Zalone e la sua comicità pare siano rimasti parecchio indietro.

Buen camino, sesta prova cinematografica di Luca Medici che torna a farsi dirigere da Gennaro Nunziante (mentore che lo aveva cinematograficamente battezzato), limitandosi a scrivere soggetto e sceneggiatura a quattro mani con il regista, inizia con Checco sottoposto a una colonscopia. L’immagine si blocca in freeze frame e con un rewind la storia si riavvolge e inizia da capo, raccontando quello che era accaduto prima di quel momento, per poi tornare a quel punto (dopo più di un’ora) e proseguire fino alla sua conclusione. Una struttura narrativa ormai arcinota, ma in questo caso il movimento a ritroso assume significati che vanno oltre la semplice modalità di racconto.

Il termine francese à rebours significa controcorrente, ma anche a ritroso e se nel primo caso il termine applicato a questo film andrebbe a sottolinearne la spiccata vocazione ribelle e anticonvenzionale (come appunto accadeva con il noto capolavoro letterario di Joris-Karl Huysmans, da cui il titolo), nel secondo caso suonerebbe un po' come una diminutio, considerando l’umorismo, oltre che la sua struttura narrativa, rivolto verso il passato. Ed è proprio quello che accade a Buen camino, una commedia on the road dove i personaggi muovono in avanti verso Santiago de Compostela, mentre la narrazione parte dalla fine per poi riavvolgersi, come il linguaggio comico di Zalone che retrocede ammansendosi e da ribaldo si fa addirittura parrocchiale.

Con Quo vado?Tolo tolo, Luca Medici sembrava essere finalmente riuscito ad adeguare la propria vis comica di matrice televisiva al linguaggio del cinema, ampliando gli spiccioli calembours e integrandoli nella satira sociale, persino con echi amari, dopo le prime tre balbettanti operazioni da grande schermo (Cado dalle nubi, Che bella giornata, Sole a catinelle).

Ora la maschera di Checco (alle soglie dei cinquant’anni) incarna l’idiozia cafona dei nuovi ricchi, tra gags, battute scontate e con un’estetica derivativa da Triangle of Sadness. Non a caso il film di Ruben Östlund è stato annoverato da Slavoj Žižek tra i nuovi film ammazzaricchi insieme a Glass Onion e The Menu. Buen camino punta invece alla redenzione dell’orrido protagonista (quasi la diretta conseguenza del Checco di Sole a catinelle), il quale proprio attraverso il pellegrinaggio fa un bilancio della propria vuota esistenza e si riscatta agli occhi della figlia adolescente.

Uno Zalone movie buonista e oratoriale, in cui i tipici umori caustici vengono praticamente cancellati (ci sono giusto un paio di battute su Gaza e la Shoah) dal colpo di spugna di un’inclusività woke, che pare uno dei bersagli su cui inizialmente si scaglia il film per poi diventarne il messaggio portante. L’italianità individualista e turpe da irredimibile viene assolta per espiazione delle proprie colpe e per un ritrovato senso di fratellanza da comunità giubilare.